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PHANTOM BOY

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
4/ 5


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Pro


Felice contaminazione di polar, fantasy e film di supereroi, con un tratto stilizzato ed efficace, e una storia capace di rivolgersi, senza furbizie, a un pubblico trasversale per età.

Contro


L’occhio abituato alla perfezione asettica dell’animazione occidentale può restare perplesso di fronte alla stilizzazione fantastica dello stile del film.


In breve

New York. Un criminale sfigurato infetta i computer della città con un potente virus, che provoca un momentaneo black out su tutta la rete elettrica. Il malvivente si mette in contatto col sindaco e fa a questi un’esorbitante richiesta di denaro, minacciando in caso contrario di provocare conseguenze ancora più devastanti. Alex, ispettore di polizia, incappa casualmente negli scagnozzi del criminale, ma viene da questi gravemente ferito. Trasportato in ospedale, conosce Leo, un ragazzino di 11 anni che ha l’incredibile facoltà di uscire dal suo corpo e di passare, inosservato, attraverso muri e superfici solide. Con l’aiuto di Leo, Alex potrà così mettersi sulle tracce del pericoloso malvivente, cercando di sventare il suo folle piano. Ad aiutarlo, ci sarà Mary, testarda giornalista in cerca dello scoop della vita.

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Posted 4 marzo 2017 by

 
Recensione completa
 
 

In un contesto distributivo dominato in lungo e in largo dall’animazione americana, ormai totalmente appiattita sulle produzioni in digitale, controbilanciato solo da qualche sporadica apparizione di opere orientali (paradigmatico il caso di Your Name.) fa piacere che qualche distributore, di tanto in tanto, scelga di rivolgere il suo sguardo altrove. Il panorama europeo, ricco, variegato e per nulla assimilabile (per modelli estetici e produttivi) a quello dei giganti d’oltreoceano, attualmente non trova che una visibilità intermittente e occasionale, sui nostri schermi.

È dunque da accogliere positivamente, dopo il felice esempio de La mia vita da zucchina (proveniente dall’ultimo Festival di Cannes) la distribuzione di questo Phantom Boy, opera seconda degli animatori francesi Jean-Loup Felicioli e Alain Gagnol. I due cineasti avevano già ottenuto visibilità internazionale (e un buon numero di riconoscimenti) col loro esordio Un gatto a Parigi, sorta di polar animato giunto nelle nostre sale (con quattro anni di ritardo) sempre ad opera dell’indipendente P.F.A. Nel solco del loro esordio, ma senza ripetersi pedissequamente, i due registi proseguono con questo lavoro nella loro ricerca sul genere, e su una via tutta personale (sospesa tra la cinefilia e l’attenzione al pubblico più giovane) alle suggestioni del noir.

Si sposta l’ambientazione, in questo secondo lavoro di Felicioli e Gagnol, trasferendosi dalla capitale francese ai grattacieli di New York; ma non cambia il mood notturno, debitore ai classici del polar e (ancor prima) ai serial francesi del periodo del muto. L’incipit, col débrayage del romanzo illustrato letto dal piccolo protagonista alla sorella, occhieggiante il Fantômas di Louis Feuillade (a sua volta ispirato a una serie di romanzi popolari) è in questo senso rivelatore. Ma la costruzione narrativa dei due registi abbraccia qui, in modo più esplicito, la dimensione del fantastico, la fascinazione della favola, pur bagnata di umori dark e metropolitani. Al centro (come nel film precedente) la figura di un giovane outsider, che trova una sponda in un individuo adulto come lui capace di scorgere oltre la superficie delle cose.

Trailer:

PRO

Quanto e più dell’esordio di Felicioli e Gagnol, Phantom Boy è un film di animazione capace di parlare a un pubblico trasversale, mantenendo una sua personalità ed evitando di adagiarsi (come troppa animazione d’oltreoceano) sul mero citazionismo ad uso e consumo di genitori annoiati. La struttura, qui, è quella di un polar innervato di elementi fantastici e fumettistici, che si contamina felicemente col genere dei supereroi (nella figura del protagonista c’è un chiaro rimando ai personaggi della Marvel) non rinunciando a citazioni e strizzate d’occhio a classici cinematografici e non (al già citato Fantômas, aggiungiamo, tra i tanti, Gremlins ed Apocalypse Now). Ad informare di sé l’intera opera, la stessa fiducia illimitata nel potere del racconto, l’esaltazione della capacità affabulatoria delle immagini in movimento (nella loro variante, più pura, del disegno animato), la capacità di trasfigurare ambienti e figure del quotidiano in una dimensione fantastica in cui l’emarginato può trasformarsi in eroe. È proprio il confronto costante con una realtà brutale (quella di una malattia potenzialmente mortale, di un superiore che non riconosce il proprio valore, o di un sogno – quello di uno scoop ambito – apparentemente irrealizzabile) ad accomunare i tre protagonisti: tutti, in modo diverso, bambini, che si scoprono capaci di riscattarsi grazie alla capacità di Leo di superare (letteralmente) la superficie degli oggetti per scorgere oltre. La peculiarità del disegno, che unisce l’eleganza formale all’essenzialità del tratto, si rivela perfettamente adeguata al clima insieme fantastico e terrigno che informa di sé il film; unendosi ad un generale livello tecnico che (complice probabilmente la maggiore ampiezza di mezzi) sembra aver fatto notevoli passi avanti rispetto all’esordio dei due registi.

CONTRO

L’unico, vero limite che si può riscontrare nel film di Felicioli e Gagnol sta nella possibile, scarsa ricettività del suo pubblico: l’occhio dello spettatore abituato alla perfezione asettica dell’animazione occidentale (ma anche alle finezze di molti anime) può non essere immediatamente disposto ad accogliere i chiaroscuri, le ombreggiature, la stilizzazione del tratto, la consapevole deformazione della realtà che caratterizza questo lavoro. Per apprezzare Phantom Boy (così come fu per Un gatto a Parigi) si deve recuperare quello sguardo vergine, possibilmente scevro dai pre-giudizi derivati da visioni più imposte che scelte, che è proprio del pubblico a cui il film si rivolge: giovane, ma capace di elaborare e far propri i concetti espressi dalla storia.

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Marco Minniti

 
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