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PERSONAL SHOPPER

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
4.5/ 5


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Pro


Splendidamente diretto e interpretato, ricco di fascino nella sua gestione dei dualismi e delle giustapposizioni, espressione di una concezione personale e stratificata del “genere”.

Contro


Chi cerchi una ghost story classica, o un soggetto che non chieda nulla, in termini di collaborazione interpretativa, allo spettatore, farebbe bene a rivolgersi altrove.


In breve

Maureen, americana residente a Parigi, è una “personal shopper”, ovvero una consulente che si occupa della scelta degli abiti per conto di una star locale. Maureen, tuttavia, è anche una medium, capace di comunicare con gli spiriti che non hanno ancora potuto (o voluto) abbandonare la dimensione dei vivi. È proprio da uno spirito speciale che la ragazza sta aspettando un segno: quello di suo fratello gemello, a sua volta medium, scomparso a causa di un malore tre mesi prima. In nome di una promessa reciproca che i due si sono fatti in vita, Maureen dunque aspetta, fiduciosa. E, infine, qualcosa accade: dalle enormi stanze della magione in cui viveva il fratello, emerge una presenza che sembra volersi mettere in contatto con lei. Ma è proprio quello di suo fratello, lo spirito che con sempre maggiore insistenza preme per comunicare con Maureen? O è forse una presenza più inquieta e pericolosa?

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Posted 11 aprile 2017 by

 
Recensione completa
 
 

Premio alla regia (ex-aequo) nella scorsa edizione del Festival di Cannes, secondo lavoro in cui Olivier Assayas si affida al volto e al corpo di Kristen Stewart, Personal Shopper segna l’esordio del regista francese nel filone della ghost story. Regista eclettico e versatile, forte di una formazione che dalla Nouvelle Vague attraversa l’action di Hong Kong per arrivare al cinema di genere italiano, Assayas approccia lo stesso concetto di “genere”, come sempre, dal suo personale punto di vista: obliquo e poco interessato alla linearità narrativa, naturalmente refrattario (ed è un bene) ad ogni classificazione. E la ghost story, in questo caso, rappresenta il materiale narrativo ideale per portare avanti una riflessione sul lutto, sul concetto stesso di visibile e sulla natura mobile dell’identità, temi cari al regista e qui al centro della sceneggiatura.

Dopo il precedente Sils Maria, Personal Shopper è un’opera che nuovamente si affida, in misura ancor maggiore rispetto al suo predecessore, alla fisicità inquieta della Stewart, ormai scevra dalle scorie della popolarità post-Twilight. Proprio il solitario viaggio all’interno della coscienza (e della voglia di trasformazione) di un personaggio in qualche modo “interrotto”, che il lutto ha costretto al subitaneo confronto con fantasmi insieme reali e immaginari, si lega alla perfezione alle modalità di recitazione della giovane attrice: il suo volto alla perenne ricerca di uno scarto, di quella prova di una presenza/esistenza (della memoria di suo fratello, e di conseguenza anche della sua) che l’occhio non è in grado di restituire, sembra definire un personaggio che non avrebbe potuto avere altra interprete. Segno di una “chimica”, di un sentire comune tra regista e attrice, che probabilmente non si interromperà con questo film.

Trailer:

PRO

Retto dall’affascinante malìa della sua protagonista, ma non da essa dipendente, Personal Shopper è un thriller sui generis che gioca sul continuo dualismo tra presenza e assenza, tra visibile e invisibile, tra ombra e luce. L’ombra, che sembra essere luogo ideale e “vero” dove la protagonista può recuperare il contatto con la sua intima essenza (e col fratello defunto, di essa necessario complemento) è quella dell’enorme magione in cui il film si apre, con i lunghi, morbidi piani sequenza che seguono le peregrinazioni della Stewart. La luce è quella dei lustrini, dei costosissimi abiti scelti da Maureen, di una metropoli distratta, che sembra voler celare la sua storia (coi suoi segreti) dietro una patina di ostentata indifferenza. Ma in quei lustrini, in quegli abiti toccati eppure proibiti, in quel mondo fisicamente vicino quanto “alieno” nella sostanza, sta anche un altro, sostanziale dualismo della storia: quello tra attrazione e repulsione, tra attaccamento a ciò che non c’è più e voglia inespressa di trasformazione. Una voglia che il film fotografa e segue nella sua evoluzione, senza portarla (e come potrebbe?) ad un approdo definitivo. Assayas gestisce tutto questo con una regia di grande eleganza e spessore, confezionando sequenze memorabili (l’esplorazione iniziale della casa, la prova degli abiti, la sequenza dell’albergo nel pre-finale) e restando incollato, con la macchina da presa, alla sua protagonista. Alla perenne ricerca di quello scarto, di quel non detto/non visto/non espresso che si muove tra le pieghe della storia. O di quella consapevolezza che spinga finalmente a voltare pagina, a un nuovo inizio, a un nuovo viaggio e a una nuova ricerca.

CONTRO

In un film praticamente privo di veri difetti, va comunque sottolineata la natura sui generis, poco in linea con la concezione più mainstream del filone, della ghost story concepita da Assayas. La sceneggiatura non segue il percorso che ci si aspetterebbe, deviando e a volte deragliando dal genere, spiazzando volutamente, rifuggendo con ostinazione alla linearità. Gli spettatori più distratti, quelli che non conoscano il cinema del regista, o che cerchino semplicemente una concezione più leggibile e meno problematica della ghost story, sono ovviamente avvisati. Così come sono avvisati coloro che, al cinema, vogliano risposte necessariamente preconfezionate, o un’interpretazione univoca (e inevitabilmente parziale) di ciò che il film mostra.

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Marco Minniti

 
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