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PARLIAMO DELLE MIE DONNE

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
4/ 5


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Pro


Dramma familiare equilibrato e di sostanza, dall’elegante messa in scena e dalla buona scrittura. Interessante l’evoluzione del tono, dall’iniziale levità al melò dell’ultima parte.

Contro


La svolta di trama che prepara la conclusione appare un po’ meccanica, mentre tutta l’ultima parte del film avrebbe forse giovato di una sforbiciata in fase di montaggio.


In breve

Fotografo di grande successo, donnaiolo impenitente e di lungo corso, Jacques Kaminsky ha quattro figlie, avute ognuna con una moglie differente: i loro nomi, a rappresentare le diverse stagioni della sua vita, sono Primavera, Estate, Autunno ed Inverno. Dopo aver rotto con l’ultima moglie, l’uomo si ritira a vivere in uno chalet di montagna, sito nel bel mezzo di un’immensa e isolata proprietà. Sistematosi insieme alla sua nuova compagna (l’agente immobiliare che gli ha venduto la casa, di trent’anni più giovane), sempre immerso nel suo lavoro, l’uomo inizia tuttavia a rimpiangere l’assenza delle quattro figlie, ostili e distanti. Il suo medico e amico, Frédéric, escogita così uno stratagemma per riunire nella casa le quattro figlie, senza avvisare Jacques delle sue intenzioni: ma l’arrivo delle quattro ragazze innescherà una reazione a catena di eventi, praticamente impossibili da controllare.

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Posted 24 giugno 2017 by

 
Recensione completa
 
 

A dispetto del titolo italiano, che potrebbe suggerire un’opera post-Nouvelle Vague debitrice al romanticismo lieve e inquieto di François Truffaut ed Eric Rohmer, questo Salaud, on t’aime (letteralmente Bastardo, ti amiamo), film del 2014 di Claude Lelouch, è un melodramma familiare che tocca solo in modo tangenziale, ed accessorio, il tema dei rapporti di coppia. Una scelta curiosa, quella di distribuire solo ora in Italia il film del settantanovenne regista francese, cineasta di grande prolificità ed eclettismo, da sempre in grado di gestire registri narrativi diversi finanche all’interno di uno stesso lavoro. Ed anche in questo Parliamo delle mie donne, di fatto, non manca il registro della commedia romantica e disillusa, lascito dei trascorsi del regista, seppur declinata in un’ottica piuttosto lontana dal passato.

Nel film di Lelouch, in effetti, il clima è inevitabilmente “autunnale”, pur ponendosi il film l’aspirazione (incarnata dai nomi delle quattro figlie) di raccontare tutte le stagioni della vita. Nella fisicità segnata ma ancora orgogliosa, nel volto magnetico e scavato dalle rughe di un ottimo Johnny Hallyday, c’è infatti il senso (dichiarato, manifesto) di una resa dei conti col passato, quel tentativo di riannodare i fili che (forse) accomuna protagonista e regista. La tenuta di montagna diviene così (insieme all’inquieta natura circostante) testimone di una resa dei conti giocata inizialmente sul filo dell’understatement, ma poi, progressivamente, sempre più ruvida e tesa. Il registro, dall’ingannevole levità iniziale, si fa gradualmente sempre più aspro, per digradare infine in un’attitudine al melò che sostanzia e giustifica (con uno sguardo non privo di fiducia) il titolo originale.

Trailer:

PRO

Ennesimo tassello di una carriera lunga e variegata, Parliamo delle mie donne è un (melo)dramma di sostanza, dalla scrittura attenta ed equilibrata e dalla messa in scena vigorosa. La fascinosa ambientazione non distoglie l’attenzione dello spettatore dal cuore del racconto, dalle linee di tensione che lentamente si delineano tra le persone presenti nella residenza, microcosmo isolato ed emblematicamente osservato (in veste di muta ed imparziale testimone) dall’aquila la cui figura torna a più riprese nel corso del film. La natura circostante si fa così emblema di una tensione che progressivamente si libera, in modo quasi impercettibile, accompagnando l’iniziale mood lieve del film verso un melò accorato e partecipe. L’attenzione della regia per i dettagli (quelli dell’ambiente così come quelli delle presenze – umane e non – che lo abitano) si somma a una scrittura di grande equilibrio, che evita di declamare e di tranciare giudizi, di qualsivoglia natura, sul dramma che racconta e sui suoi protagonisti.

CONTRO

Il principale limite del bel film di Lelouch sta in una conclusione eccessivamente dilatata, e, se si vuole, in una certa meccanicità della svolta di trama che la prepara. Una sorta di twist narrativo, quest’ultimo, che spiazza, ma che appare anche un po’ decontestualizzato (e forse pretestuoso) all’interno della costruzione narrativa del film. Un limite che comunque non impedisce a questo Parliamo delle mie donne di coinvolgere emotivamente lo spettatore anche nella sua ultima parte, anche laddove questa avrebbe forse giovato di una sforbiciata in fase di montaggio.

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Marco Minniti

 
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