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PAPILLON

 
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Pro


Il fascino della storia, mutuato dal film originale, sopravvive ai decenni. Interessante la scelta di mostrare l’antefatto e l’epilogo.

Contro


Si tratta di un remake scolastico, levigato, privo del senso epico del film originale, e con una insufficiente caratterizzazione del contesto storico.


In breve

Francia, anni ‘30. Henry “Papillon” Charriere, abile scassinatore, viene incastrato per un omicidio che non ha mai commesso, e spedito in una colonia penale di massima sicurezza nella Guiana Francese. Durante il viaggio in nave verso il carcere, il malvivente conosce Louis Dega, falsario condannato per frode, offrendogli protezione in cambio del sostegno ai suoi piani di fuga. Dapprima restio ad essere coinvolto nei piani di Papillon, Dega finisce per accettare il patto con lo scassinatore, sviluppando con lui una forte amicizia. La fuga, per i due, si rivelerà più difficile di quanto immaginato: ma nessuno, neanche le disumane condizioni di vita del carcere, riuscirà a piegare la loro ferma determinazione e la forza del loro legame.

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Posted 3 luglio 2018 by

 
Recensione completa
 
 

Con questa nuova versione di Papillon, racconto filmato della vita dello scassinatore Henry Charriere (e dei suoi ripetuti tentativi di fuga dalla colonia penale della Guiana Francese) il regista danese Michael Noer si approccia contemporaneamente a uno dei generi classici di Hollywood, e a un’opera cult ben presente nella memoria collettiva. Il film del 1973, diretto da Franklin J. Shaffner e interpretato dalla coppia Steve McQueen/Dustin Hoffmann, gode infatti di una popolarità che si è protratta nel corso dei decenni, tanto grazie ai ripetuti passaggi televisivi, quanto (soprattutto) in virtù di una messa in scena solida, oltre che del grande carisma dei suoi due interpreti. Un approccio alla materia, quello del film di Shaffner, che coniugava un crudo realismo col senso epico del racconto, innervato dall’amicizia virile tra i due protagonisti e costantemente contrappuntato da un’amara ironia.

Questo remake, già presentato in anteprima al Biografilm Festival di Bologna, dopo la première mondiale a Toronto, si adegua in modo quasi filologico al soggetto originale, scegliendo di apportarvi minime variazioni e sintetizzandone solo alcune parti. Il regista sceglie di limitare, più nella qualità che nella quantità, la violenza insita nella storia; non avendo paura a mostrare il sangue (in particolar modo nelle molte sequenze d’azione) ma sfumando molto il senso di sofferenza che segue costantemente i due protagonisti, nel corso del loro pluridecennale soggiorno nella famigerata struttura carceraria. Per vestire i due ruoli principali, la scelta è ricaduta su due interpreti che rimandassero fisicamente alla coppia del film del 1973: lo statuario Charlie Hunnam, già visto in Civiltà perduta di James Gray, e il Rami Malek della serie Mr. Robot, che prossimamente vedremo anche nell’impegnativo ruolo di Freddie Mercury nell’imminente biopic Bohemian Rhapsody.

Trailer:

PRO

Il fascino del soggetto originale di Papillon, dovuto in parte alle peculiarità della storia, in parte al ricordo del film del 1973, è sopravvissuto attraverso i decenni, informando di sé anche questo remake. Il film di Michael Noer si mantiene fedele, nello svolgimento di base, alla pellicola di Franklin J. Shaffner, restituendone bene alcune componenti (in particolare il senso di amicizia, protratto negli anni, che lega i due protagonisti) e riproducendone l’approccio generale. Oltre a una regia abbastanza efficace, specie nella gestione delle sequenze d’azione, va segnalata l’interessante scelta di mostrare l’antefatto (uno scorcio della vita criminale del protagonista, fino al momento del suo arresto) e l’epilogo: quest’ultimo mostra il protagonista invecchiato, mentre fa ritorno per la prima volta, dopo decenni, nella terra natale che l’aveva bandito.

CONTRO

Remake scolastico, corretto nello svolgimento quanto levigato e superficiale, il nuovo Papillon non graffia, rivelandosi un dicreto action movie che mantiene, dell’epica del film di Shaffner, solo una lontana eco. Ciò che manca, nell’approccio al soggetto, è il sentore della sofferenza che informava di sé tutto il film originale, il peso della dialettica costrizione/libertà, l’avvertibile senso del tempo che progressivamente opponeva un muro contro le speranze di fuga dei due protagonisti. Manca, insomma, un reale senso epico nel narrare, che fornisca il necessario respiro alla pluridecennale storia di Papillon e Dega. Il setting nella Guiana francese non restituisce affatto, come avveniva invece nell’originale, il peso del contesto storico: non è un caso che qui ci si preoccupi di giustificare (cosa che non avveniva nel film di Shaffner) l’esecuzione capitale mostrata all’inizio, e che si elimini completamente la parte che mostrava il soggiorno del protagonista nella comunità indigena presente sull’isola. La vicenda viene totalmente slegata dal suo contesto, utilizzando quest’ultimo in chiave poco più che decorativa. La sofferenza dell’isolamento, la disperata opposizione del protagonista alla brutalità del sistema carcerario (che nel film di Shaffner, influenzato dalla New Hollywood, esprimeva anche un preciso valore politico), la progressiva e amara resa dell’amico Dega, restano qui appena accennate, prive di sostanza narrativa: componenti presenti solo sulla carta, in un prison movie che mantiene, del suo modello, solo il titolo e il soggetto di partenza, e che finisce per raggiungere l’unico scopo di spingere (e non è un male) a una nuova visione dell’originale.

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Marco Minniti

 
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