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PADRI E FIGLIE

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
3/ 5


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Pro


Ottimo cast, singole sequenze intense e capaci di emozionare, regia più controllata e meno invadente che in passato.

Contro


La “mano pesante”, in termini narrativi, di Muccino, si fa notare anche qui. Personaggi di contorno stereotipati, Quvenzhané Wallis brava ma sottoutilizzata.


In breve

New York, 1989. Jake Davis è uno scrittore affermato, già vincitore del Pulitzer, che ha appena vissuto una tragedia: un incidente stradale gli ha infatti strappato via sua moglie, lasciandolo da solo a crescere sua figlia Katie. L’incidente ha inoltre provocato gravi conseguenze sulla psiche di Jake: l’uomo, infatti, soffre ora di una grave forma di depressione, non riesce più a scrivere nulla e, soprattutto, è vittima di improvvise e incontrollabili crisi convulsive. Nonostante questo, e nonostante la situazione economica non più rosea, Jake ce la mette tutta per crescere Katie nel migliore dei modi. Finché l’aggravarsi delle sue condizioni non lo costringe a un ricovero d’emergenza… New York, ai giorni nostri: Katie Davis è una brillante laureanda in psicologia, che sta seguendo uno stage come assistente sociale per bambini disagiati. Le ferite del passato, però, non si sono mai rimarginate per la ragazza, che nel tempo libero si concede a uomini sconosciuti, ed è incapace di costruirsi una vera relazione. Almeno fin quando non incontra Cameron, che la avvicina dichiarandosi un grande ammiratore del lavoro di suo padre…

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Posted 29 settembre 2015 by

 
Recensione completa
 
 

Dopo il successo planetario de La ricerca della felicità (con Will Smith protagonista e “mente” dell’operazione), la mancata conferma col successivo Sette anime, e il vero e proprio flop di Quello che so sull’amore, Gabriele Muccino prosegue la sua avventura americana. Un’esperienza che, per il regista italiano, dura ormai da quasi un decennio, e che ha visto la sola, temporanea interruzione di Baciami ancora (2010): e questo Padri e figlie sembra seguire, sulla carta, la stessa genesi concettuale e produttiva dei suoi predecessori. Un film che pare confezionato per il suo protagonista Russell Crowe (qui anche produttore esecutivo), nato da una sceneggiatura (opera del drammaturgo Brad Desch) già inclusa nella black list del 2012, e in cui Muccino è subentrato in un secondo momento: apparentemente, col ruolo di semplice metteur en scène. Un progetto dal cast sontuoso, nonostante il budget medio-basso (16 milioni di dollari): accanto a Crowe, troviamo infatti nomi come quelli di Amanda Seyfried, Aaron Paul, Diane Kruger e Jane Fonda, oltre a quello della giovanissima, e lanciata, Quvenzhané Wallis. Un’opera in cui si può rinvenire, comunque, un filo conduttore coi precedenti lavori americani del regista: di nuovo, una storia familiare incentrata su un problematico rapporto padre/figlio, di nuovo la tensione tra gli affetti e la necessità di sopravvivenza, di nuovo la rappresentazione di un sogno americano che sembra avere poco di ideale e molto di prosaico (leggasi: i dollari, o la loro mancanza).

Trailer:

PRO

Nonostante Padri e figlie sia un nuovo progetto su commissione, e nonostante il fil rouge (tematico) che lega questo film ai precedenti lavori americani del regista, Muccino sembra tornato ad essere, qui, qualcosa di più di un anonimo esecutore. Il film vive e respira di un’anima melò, e il modo in cui mette in scena i sentimenti riesce (sia pur in modo intermittente) a emozionare: lo fa senza barare, non violando (quasi mai) l’intimità dei personaggi, riuscendo anche a farsi da parte laddove, nel caso di prodotti simili, si sarebbe scelta la via più facile della condivisione partecipe e spudorata. Il tocco del regista, che non si è mai caratterizzato per la sua levità, appare qui meno pesante e invadente che in passato. Merito, in parte, di un’azzeccata struttura narrativa, all’insegna di un passaggio continuo tra passato e presente, che svela lentamente la vicenda personale e affettiva dei due protagonisti; e merito, anche, di un cast notevole, in cui i tanti nomi di peso coinvolti affrontano al meglio i rispettivi personaggi. Oltre a Crowe e alla Seyfried, citeremmo l’interprete della Katie bambina, Kylie Rogers, intensa ed efficace in un ruolo non semplice. Menzione d’obbligo anche per una Quvenzhané Wallis che avremmo, tuttavia, preferito vedere più presente sullo schermo. La fotografia calda, che ritrae spesso bozzetti di una New York notturna sorprendentemente intima, si integra al meglio con la natura (e il messaggio) della storia.

CONTRO

Muccino non è esattamente regista che si preoccupi della misura; e questa caratteristica, diciamo così, “strutturale” del suo cinema, è evidente anche in questo suo nuovo lavoro. Nonostante la sua mano sia meno invadente che in passato (anche a livello di movimenti di macchina ed espedienti registici) il film risente comunque di un approccio non certo contenuto e pudico ai temi che racconta. Il regista romano non si fa problemi ad istruire Crowe su come mettere in scena una crisi convulsiva, reiterandone la rappresentazione e non risparmiandone niente in termini di dettagli; ma, soprattutto, presenta caratteri definiti in modo semplice, che in più di un caso finiscono per scivolare nel semplicismo. Mancano, anche in questo caso, le zone d’ombra e la complessità di una costruzione dei personaggi più attenta (e non basta la frettolosa – e un po’ posticcia – confessione di Diane Kruger nel finale). Ognuno dei personaggi, qui, si comporta in fondo esattamente come ci si aspetta, e le loro relazioni (almeno nel caso dei caratteri secondari) risultano descritte in modo abbastanza semplificato. Come abbiamo già sottolineato, inoltre, la sceneggiatura non sfrutta al meglio il personaggio (e la recitazione) della giovane Quvenzhané Wallis; figura potenzialmente feconda di spunti nel suo rapporto con la protagonista, ma “dimenticata” dal film per circa 40 minuti, e ridotta a un semplice personaggio di contorno. Un peccato, dato il talento dell’interprete, e le sue potenzialità narrative (in gran parte non sfruttate) all’interno del copione.

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Marco Minniti

 
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