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PACIFIC RIM – LA RIVOLTA

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
3/ 5


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Pro


Film dal buon ritmo, semplice e lineare nel racconto, con un’ultima mezz’ora ad alto tasso adrenalinico.

Contro


La componente psicologica, presente e interessante nel primo film, è qui ridotta al minimo: l’intera operazione sembra più standardizzata a e studiata a tavolino.


In breve

Dieci anni dopo la battaglia della breccia, Jake Pentecost è un ex pilota di Jaeger, figlio di un leggendario eroe della resistenza, che ha dato la vita per la lotta dell’umanità contro i mostruosi Kaiju. Poco dopo la morte di suo padre, Jake ha abbandonato l’addestramento, finendo nel mondo del crimine. Dopo la sua ultima scorribanda, gli viene offerto, come alternativa al carcere, di arruolarsi di nuovo, affiancando il talentuoso pilota rivale Nate Lambert. Accanto a lui, le file della resistenza accoglieranno anche la giovanissima (e parimenti sbandata) Amara, che si unirà a una nuova leva di giovani soldati. I Kaiju, infatti, hanno solo apparentemente abbandonato il campo di battaglia: i militari scopriranno presto che una nuova minaccia, più subdola della precedente, si profila all’orizzonte. Una minaccia annidata, e mimetizzata, nel cuore della società umana…

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Posted 25 marzo 2018 by

 
Recensione completa
 
 

Sono passati ormai cinque anni da quando Guillermo del Toro aveva portato nel mainstream occidentale, col primo Pacific Rim, una mitologia e un’estetica che fino ad allora erano rimaste stretto appannaggio del cinema di genere dell’estremo oriente, dei nipponici dorama, di una ristretta cerchia di appassionati che solo a sprazzi (con serie televisive arrivate sui nostri teleschermi nei primi anni ‘80, quali Spectreman e Megaloman) aveva visto i propri prodotti fuoriuscire dallo stretto recinto in cui erano confinati. Una mitologia che aveva più di un punto di contatto (sostanziale) con quell’ondata di anime (dai robot giganti di Go Nagai e Yoshiyuki Tomino, fino al Neon Genesis Evangelion di Hideaki Anno) che ha invaso i nostri teleschermi dalla fine degli anni ‘70 fino ai primi 2000.

Ora, cinque anni dopo (ma ne sono passati dieci nel racconto cinematografico) la guerra degli Jaeger contro i Kaiju trova finalmente la sua prosecuzione in questo Pacific Rim – La rivolta. Non c’è più del Toro al timone di regia (fuoriuscito dal progetto dopo il suo rinvio a seguito di contrasti tra Legendary e Universal); ma è stato proprio il regista de La forma dell’acqua ad annunciare il passaggio del film a Steven S. DeKnight, regista con alle spalle una lunga esperienza per il piccolo schermo (sua la serie peplum Spartacus, nonché la direzione, quale showrunner, della serie Marvel Daredevil). Lasciati alle spalle gli elementi preparatori, presumendo una maggior dimestichezza dello spettatore con l’universo in cui ha avuto luogo lo scontro, la sceneggiatura unisce qui elementi da science fiction militare ad altri più tipicamente young adult (incentrati sul personaggio della giovane Amara), spostando le origini della minaccia direttamente alle strutture politiche della società umana.

Nel cast, troviamo il John Boyega della nuova trilogia di Guerre Stellari (a vestire i panni del figlio dell’eroe del primo film), affiancato, nel ruolo di spalla/rivale da un vero “figlio d’arte” come Scott Eastwood, già a suo agio con i ruoli da militare (nel suo curriculum, tanto Flags of Our Fathers del genitore Clint, quanto Fury di David Ayer). Lo stuolo di giovani comprimari, tra cui spicca l’esordiente Cailee Spaeny nel ruolo della geniale e insicura recluta Amara, punta a svecchiare il cast del franchise in vista di una sua possibile prosecuzione: intercettando un gusto che unisca le giovani generazioni, orientate a una tipologia di racconto che vede protagonisti personaggi poco più che adolescenti, con i più stagionati appassionati di anime, film di genere e serie tokusatsu, al cui universo il film continua prevalentemente a guardare.

Trailer:

PRO

Per gli appassionati del genere, per gli spettatori che, da Mazinga e Goldrake, in poi non hanno perso il gusto nel vedere giganti d’acciaio e mostri scontrarsi sullo sfondo di metropoli già devastate, per chi ha amato i mostri di gomma delle vecchie serie nipponiche live action, e per chi ha apprezzato la capacità del primo Pacific Rim di riportare tutto ciò nel contesto di un blockbuster moderno, questo sequel ha senz’altro i suoi punti di forza. Questi risiedono in un un’ultima mezz’ora ad alto tasso adrenalinico, in cui le immagini sono giustamente “pesanti”, e il carattere collettivo dello scontro chiama lo spettatore a un coinvolgimento che (a prescindere da un 3D in fondo superfluo) si fa assolutamente fisico. Come già del Toro aveva fatto nel primo film, ma moltiplicandone il tasso di saturazione visiva e gusto barocco, DeKnight si diverte qui a prendere quello che resta (nella sua sostanza) un gioco di bambini, e a trasformarlo in uno strabordante sogno digitale, che riempie i sensi e soddisfa la voglia di quell’intrattenimento più istintivo e immediato che, da sempre, è parte fondamentale dello spettacolo cinematografico. A tutto ciò, si unisce una scrittura semplice e lineare, un personaggio (quello della giovane Amara) certamente interessante “in prospettiva” (la serie sembra più che mai tesa verso una possibile prosecuzione) unito a un’impostazione generale che, pur bastando a sé in una vicenda sostanzialmente autoconclusiva, riesce a incuriosire il giusto nell’ottica seriale che tutto il film sembra voler esprimere.

CONTRO

Se il primo film sembrava recuperare suggestioni e umori della variante più “filosofica” del filone degli anime robotici (quella di Neon Genesis Evangelion, per capirsi) qui il tutto viene normalizzato, e ridotto a uno spettacolo di genere lineare, in cui le psicologie vengono costantemente relegate ai margini. Le figure-chiave e i topoi del racconto (l’eroe ribelle che si riscatta, la giovane recluta poco geniale ma poco avvezza alla disciplina, la morale militare e cameratesca) seguono un canovaccio talmente codificato e riconoscibile da risultare (nella sua sostanza) prevedibile nei suoi seppur minimi sviluppi; la stessa identità del villain, che si vuole svelata a seguito di un supposto colpo di scena, è intuibile fin da subito. La sottotrama di tipo young adult, mettendo in scena un poco convincente (e approfondito) contrasto tra due personaggi, risulta forse la componente più debole dell’intero film. Più in generale, rispetto al Pacific Rim di del Toro, si ha qui l’impressione di una maggiore standardizzazione (e di una natura più “studiata” e costruita a tavolino) dell’intera operazione.

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Marco Minniti

 
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