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ONE MORE TIME WITH FEELING

 
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Scheda
 

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Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
4.5/ 5


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Pro


Opera rigorosa e sincera, esteticamente accattivante, che da documentario musicale si fa presto dolente riflessione sull’elaborazione del lutto.

Contro


Non ci sono reali difetti. Laddove ci si aspettasse un documentario dal taglio classico, mero resoconto della lavorazione di un disco, si resterebbe certo delusi.


In breve

In occasione dell’uscita di Skeleton Tree, nuovo album registrato insieme ai suoi Bad Seeds, Nick Cave decide di raccontare se stesso, e la lavorazione del disco, davanti alla macchina da presa di Andrew Dominik: le immagini della registrazione dell’album si alternano alle riflessioni del cantautore sulla musica, sull’arte e la vita. A influenzare fortemente le tematiche dell’album, e quelle dello stesso documentario, la tragica scomparsa di Arthur Cave, figlio del cantante, morto per le ferite riportate dopo la caduta da una scogliera. L’elaborazione del lutto si mescola così, senza soluzione di continuità, al resoconto di un’opera d’arte, e allo sguardo sul processo creativo che ha portato alla sua realizzazione.

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Posted 24 settembre 2016 by

 
Recensione completa
 
 

Quello tra Nick Cave e Andrew Dominik è un rapporto di vecchia data. Il cantautore australiano (nonché attore e sceneggiatore) aveva infatti già recitato ne L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Roberto Ford (2007), opera che lanciò Dominik, di cui Cave curò anche la colonna sonora. Da allora, il regista neozelandese e il poliedrico artista hanno sviluppato un’amicizia che si è protratta nel tempo, arrivando fino alla realizzazione di questo One More Time With Feeling, presentato fuori concorso alla recente Mostra del Cinema di Venezia. Un documentario, quello di Dominik, che da resoconto della realizzazione di un disco (il nuovo Skeleton Tree, fresco di uscita) si fa presto riflessione sull’arte e sulla vita, ed esplorazione intima dell’elaborazione del lutto.

Su tutto il disco, e indirettamente sul film, grava infatti l’ombra della tragica scomparsa di Arthur Cave, figlio del cantante, morto dopo una rovinosa caduta da una scogliera. La morte del ragazzo finisce per pesare così su ogni singola immagine del documentario, ripreso in un onirico bianco e nero, con un 3D che esalta la consistenza dei volumi e sottolinea la natura straniante degli ambienti. Claustrofobico e giocato (in gran parte) all’interno dello studio di registrazione, One More Time With Feeling si fa così resoconto dolente, sincero quanto forzatamente incompleto, della lotta di un uomo (e di una famiglia) per emergere da un’oscurità che ne ha avviluppato l’intera esistenza, e sulla ricerca di un’effimera, quanto necessaria, catarsi attraverso l’arte.

Un documento filmato che per la prima volta mostra (con pudore, ma senza compromessi) il privato di un uomo costretto, quasi suo malgrado, a rivelarsi e a riflettere sul proprio lavoro; nella consapevolezza che l’atto di dare una forma all’oscurità (che sia essa scritta, musicata o filmata) rende da sempre quest’ultima più concreta e gestibile, quando non più fronteggiabile.

Trailer:

PRO

E’ sorprendente rilevare come un lavoro nato come mero documentario sulla realizzazione di un disco possa trasformarsi rapidamente in tutt’altro: in un’opera, cioè, dolente e capace di mettere a fuoco (seppur in modo inevitabilmente parziale) una personalità poliedrica e sfuggente, colta, col suo consenso e la sua decisiva collaborazione, nel frangente di più estrema fragilità. Cave, artista normalmente riservato e poco incline a raccontarsi, accetta quasi suo malgrado di mettersi davanti alla macchina da presa dell’amico Dominik: ma la sua non è un’autobiografia filmata, quanto piuttosto uno stream of consciousness sui generis, un atto di (auto)terapia senza inizio né fine, un tentativo di far fluire l’angoscia, materializzandola nel linguaggio verbale (e visivo) nella speranza di tenerla a bada. La sincerità e l’intrinseca fragilità, rappresentate con pudore e senza scorciatoie patetiche, che vengono messe in mostra dal cantautore, si alternano a riflessioni sulla narratività e sulla sua negazione (elementi alla base dell’intera opera) e a un’importante componente metacinematografica. One More Time With Feeling, fotografato in un accattivante bianco e nero, e impreziosito da un uso della stereoscopia che ne esalta la dolorosa (im)materialità, riflette su se stesso nel suo farsi, componendosi e assumendo una forma parallelamente all’esplorazione del suo oggetto. Risultando, alla fine, in una testimonianza dolorosa, quanto necessaria, tanto per chi l’ha concepita quanto per chi la fruisce.

CONTRO

Nel film di Dominik non sono presenti reali difetti. Chi non ha una conoscenza almeno superficiale della musica, e dell’arte, di Nick Cave, potrà probabilmente non coglierne tutte le sfumature, malgrado il film sia concepito (in modo evidente) per risultare il più possibile universale. Va inoltre sottolineato che, laddove ci si aspettasse un documentario musicale dal taglio classico (ovvero un mero resoconto della lavorazione di un album) si resterebbe inevitabilmente delusi.

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Marco Minniti

 
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