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NON ESSERE CATTIVO

 
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Pro


Lucido, emotivamente potente, splendidamente diretto e recitato.

Contro


Nessun difetto rilevante. Fa rabbia pensare come a Caligari sia stato possibile realizzare, in trent'anni, solo tre film.


In breve

Siamo a Ostia, nel 1995. Vittorio e Cesare, poco più che ventenni, sono amici inseparabili, nelle scorribande come negli eccessi, nelle avventure e disavventure della vita di strada. Un’esistenza divisa tra il bar sul lungomare e le discoteche, il consumo e lo spaccio di cocaina e droghe sintetiche, le risse e le rispettive, difficili situazioni familiari. L’incontro fortuito con Linda porta, tuttavia, Vittorio alla decisione di cambiare vita: la fascinazione per gli eccessi lascia il posto al desiderio inespresso di un’esistenza più stabile, alla voglia di costruire un futuro lontano dalla strada, alla speranza di redenzione. Il giovane trova lavoro in un cantiere e sembra voler tagliare i ponti con l’ambiente dello spaccio; legato da un sentimento di lealtà verso Cesare, prova a coinvolgere anche l’amico nel nuovo corso della sua vita. Questi, tuttavia, non sembra avere la forza, né la volontà, di seguire le orme di Vittorio. Il richiamo della vita di strada si fa sentire inesorabile, mentre Vittorio prova in tutti i modi a non lasciare che l’amico sprofondi nel baratro…

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Posted 10 settembre 2015 by

 
Recensione completa
 
 

E’ passato più di un trentennio da quando, nel 1983, l’allora documentarista Claudio Caligari diresse con Amore tossico il suo folgorante esordio nel cinema di finzione. La Ostia pasoliniana, quella cialtrona e romantica, tenera e feroce, quanto retta da una sua intrinseca moralità, iniziava a dissolversi; sfaldata nei suoi legami primari, annegata nei fiumi di eroina che ne stavano mutando irrimediabilmente la fisionomia. Nel suo ultimo film, completato appena prima che un tumore ne decretasse la prematura scomparsa, il regista torna in quei luoghi: e lo fa descrivendo gli anni ’90, col completamento di quella stessa mutazione antropologica. Il richiamo diretto al suo esordio, nella sequenza iniziale (un campo lungo del pontile, a stringere progressivamente sui due protagonisti che danno vita a un dialogo ricalcato sulla pellicola del 1983) ha il sapore di un triste rimando: quell’ambiente, sembra dirci Caligari, è ormai scomparso, ogni accenno di romanticismo ne è stato cancellato, l’individualismo post-anni ’80 ha divorato ogni residuo della solidarietà “borgatara”. I fratelli maggiori di Vittorio e Cesare, quelli che morivano agli angoli delle strade, come sotto la statua di Pasolini, non meritano neanche più la comprensione radicata in un destino comune: sono i “tossici di merda”, quelli che hanno provocato la morte della sorella di Cesare, e hanno condannato sua nipote a nascere sieropositiva. L’alternativa sembra essere quella tra il nichilistico (auto)annientamento e l’omologazione borghese: e i tentativi di Vittorio di conciliare la sua lealtà verso l’amico con la voglia di dare una direzione diversa alla sua vita, hanno il sapore di una romantica quanto amara utopia. La stessa utopia racchiusa in un titolo, Non essere cattivo, che esprime tutta la sua drammatica impossibilità di farsi progetto.

Trailer:

PRO

Testamento artistico (drammaticamente prematuro) di uno dei nostri migliori e più ingiustamente dimenticati cineasti, Non essere cattivo mostra un nitore, una lucidità espressiva, un controllo della messa in scena, pressoché irrintracciabili nell’attuale panorama italiano. L’alone funereo, il senso di amarezza per un mondo al tramonto, il sentore di sconfitta che aleggiano su tutto il film, non escludono (ma anzi enfatizzano) lo sguardo partecipe del regista verso i suoi personaggi: sconfitti ma vivi, lacerati ma non arresi, scissi nell’anima, ma incapaci di pacificazione. Caligari non rinuncia, ma anzi rende più forte e lucido, il suo occhio antropologico per le realtà che racconta; ma nel contempo restringe il campo del suo obiettivo, si concentra su un’amicizia e sulla sua disperata resistenza, cesella un melodramma vivo e pulsante, che si integra a meraviglia con l’urgenza descrittiva del film. Il taglio nervoso della regia segue le oscillazioni umorali dei suoi personaggi, ne accompagna cadute e risalite; esaltando le performance dei due protagonisti Luca Marinelli e Alessandro Boschi, e di un cast che, nel suo complesso, è valorizzato da un’eccellente direzione d’insieme. Raramente, nell’ultimo trentennio, il cinema italiano ha visto una sintesi tanto felice tra rigore ed emotività, lacrime e controllo della messa in scena, sguardo d’insieme e attenzione alla dimensione intima dei personaggi. Un risultato che si configura come uno dei più preziosi che il nostro cinema sia riuscito a produrre da molti anni a questa parte.

CONTRO

Non essere cattivo è un’opera di tale forza e lucidità, e contemporaneamente tanto “popolare” e capace di guardare al pubblico, che la cosa più giusta sarebbe lasciare vuota questa sezione. L’unico “difetto” del film di Caligari, chiamiamolo così, sta nella rabbia e nell’amarezza che si provano nella sua visione: nella considerazione di come un autore del genere sia stato relegato ai margini dell’industria cinematografica italiana, e di come in un trentennio gli sia stato possibile realizzare, incredibilmente, solo tre film (tutti e tre gioielli). Uno spreco di talento che grida vendetta, e che ci racconta molto su ciò che è, ormai da troppo tempo, il nostro cinema. Su quali siano le logiche che lo governano. Vedere e rivedere questo film è il minimo (benché sempre, disgraziatamente, poco) che possiamo fare per rendere giustizia al lavoro di Claudio Caligari.

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Marco Minniti

 
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