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NO ESCAPE – COLPO DI STATO

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
3/ 5


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Pro


Buon ritmo, forte tensione, messa in scena secca ed essenziale. Visivamente efficace ed elegante.

Contro


Personaggi inconsistenti, scarsa credibilità di alcune scene d'azione, sottotesto politico pretestuoso.


In breve

Jack Dwyer, ingegnere americano, si trasferisce con la sua famiglia in un imprecisato paese del sudest asiatico, per partecipare alla realizzazione di un viadotto idrico per conto di un’importante multinazionale. Poco dopo l’arrivo di Jack sul posto, tuttavia, in città scoppiano i disordini: bande armate impazzano per le strade, giustiziando sommariamente tutti gli stranieri, depredando e uccidendo chiunque si opponga alla loro azione. Presto, Jack scopre che proprio lui, e l’azienda per cui lavora, sono tra i principali bersagli delle scorribande: i gruppi armati, infatti, si oppongono proprio alla realizzazione del viadotto, affare che renderà un enorme profitto al colosso americano ma finirà per depredare e prosciugare l’economia locale. Con l’aiuto di un nuovo, enigmatico “vicino di casa”, che sembra sapere più di quanto sarebbe lecito sugli eventi che stanno sconvolgendo il paese, Jack inizierà una personale odissea per le strade della città in fiamme: lo scopo sarà quello di portare la sua famiglia oltre il confine, per ottenere protezione dal vicino governo vietnamita.

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Posted 9 settembre 2015 by

 
Recensione completa
 
 

Dopo essersi messi in evidenza, con un pugno di titoli dalla discreta riuscita, nel moderno panorama horror, i fratelli John Erick e Drew Dowdle cambiano genere e registro: questo No Escape – Colpo di stato è infatti un thriller politico, che vuole rappresentare l’odissea di un uomo comune alle prese con gli sconvolgimenti di una società instabile e in mutamento. Sfumato qualsiasi riferimento alla contemporaneità (il paese asiatico in cui la storia è ambientata resta imprecisato) il film dei Dowdle punta tutto sull’essenzialità del racconto, sfrondando le psicologie e caricando la vicenda di un’archetipa tensione: il concetto, l’idea forte, è quella di un uomo in lotta per proteggere la sua famiglia da una minaccia esterna, risultato di eventi su cui non ha controllo. Un’idea non propriamente nuova, trasversale ai generi e alle cinematografie (si pensi alla science fiction di E venne il giorno di M. Night Shyamalan, a quella più mainstream de La guerra dei mondi di Steven Spielberg, ma anche all’action muscolare di Io vi troverò di Pierre Morel, con relativi sequel): qui, tuttavia, lo script evita di conferire tratti “rambistici” al protagonista interpretato da Owen Wilson, mettendo in evidenza la sua natura di individuo comune, impreparato al bagno di sangue che si troverà ad affrontare. Una situazione che lo costringerà a far emergere risorse insospettate, di fronte all’istinto primario, e irrinunciabile, della protezione dei propri cari.

Trailer:

PRO

Thriller dal sapore retrò, basato sull’eterno contrasto tra l’individuo e la storia, coi suoi imprevedibili sconvolgimenti, No Escape – Colpo di stato è attraversato da un’ottima tensione di genere. In cabina di regia, John Erick Dowdle assorbe bene il cambio di registro del suo cinema, in una messa in scena secca ed essenziale: il regista, alle prese con una produzione medio-alta, centellina bene la violenza, tiene fuori campo gran parte fuori degli orrori che bagnano di sangue le strade cittadine, concentrando il suo obiettivo sulla lotta per la sopravvivenza di un efficace Owen Wilson; affiancato presto da un Pierce Brosnan che sembra voler divertirsi e divertire, felice di tornare al cinema d’azione. L’iconografia di una metropoli del sud-est asiatico, tra luci al neon e sobborghi degradati, cattedrali di potere e sacche di squallore, è rispettata alla lettera, ma continua a rivelarsi efficace: la costruzione scenografica, unita alla cupezza della fotografia, accentua il senso di pericolo che attraversa la pellicola. Una tensione che viene retta bene, senza cedimenti sostanziali, per tutti i 103 minuti del film.

CONTRO

L’essenzialità voluta, e ricercata, dal regista (e dal fratello co-sceneggiatore) ha il suo contraltare in psicologie talmente elementari da risultare inconsistenti. Il background del protagonista è appena accennato, così come la sua vicenda coniugale, mentre i dialoghi con le giovani figlie appaiono spesso pretestuosi: non si avverte, nello script, lo sforzo di dar vita a personaggi credibili, tali da suscitare empatia. Il dramma del protagonista, nella sua dimensione universale, sarebbe risultato senz’altro più efficace con una più attenta e credibile costruzione psicologica. Il tono improntato (in gran parte) al realismo, va a cozzare inoltre con la scarsa credibilità di alcune sequenze d’azione, in cui la sospensione dell’incredulità appare decisamente ardua; il sottotesto politico della storia, infine, poteva trovare un maggior approfondimento. L’essenzialità della vicenda, e la sua natura universale, non implicavano necessariamente una scarsa pregnanza della sua dimensione politica: nel film, al contrario, le riflessioni sulla rapacità imperialista appaiono risapute e pretestuose, mentre risulta difficile comprendere le motivazioni di ribelli meramente dipinti come bestie assetate di sangue.

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Marco Minniti

 
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