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NAPOLI VELATA

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
2.5/ 5


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Pro


Film coraggioso nella scelta dell’ambientazione e dei temi, visivamente elaborato, con una Giovanna Mezzogiorno insolita ed efficace.

Contro


Il film fallisce in modo evidente sul piano narrativo, adottando una struttura thriller stanca e meccanica, perdendosi in lungaggini e disseminando suggestioni non sviluppate.


In breve

Adriana, medico anatomopatologo, fa una vita solitaria divisa tra la sua casa e il suo lavoro nell’obitorio locale, con qualche sporadica frequentazione del salotto letterario della ricchissima zia materna. Proprio durante una festa organizzata da quest’ultima, la donna conosce Andrea, misterioso e affascinante giovane esperto di immersioni, con cui Adriana passa un’intensa notte d’amore. La donna, che si sente viva per la prima volta dopo tanti anni, è intenzionata a proseguire la frequentazione: i due si danno così appuntamento per il giorno successivo. Inaspettatamente, però, Andrea non si presenta: è l’inizio, per Adriana, di un fitto mistero che si dipana per le strade e i vicoli della Napoli più antica, e che la costringerà a gettare uno sguardo ravvicinato sul suo oscuro passato.

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Posted 27 dicembre 2017 by

 
Recensione completa
 
 

Sembra volersi adeguare a una tendenza in atto, Ferzan Ozpetek, abbracciando con questo Napoli velata, suo dodicesimo cortometraggio, le coordinate (da poco tornate in auge – non si sa ancora quanto stabilmente – nella nostra cinematografia) del cinema di genere. Lo fa, il regista naturalizzato italiano, mantenendo la sua propensione per le love story problematiche, per i conflitti irrisolti, per i personaggi che si svelano gradualmente, in modo quasi restio, allo sguardo dello spettatore. Il nuovo film di Ozpetek vuole essere innanzitutto esplorazione di una relazione divisa tra carnalità e immateriale, tra edonismo del presente, fantasmi del passato e proiezione (ipotetica) verso una stabilità futura, che si nutre dell’humus culturale di una città intimamente permeata dell’insieme di queste componenti. Lo fa, il film di Ozpetek, sfruttando le regole del thriller psicologico, guardando in parte all’Oliver Assayas di Personal Shopper, in parte a esempi passati del nostro cinema quali Fantasma d’amore di Dino Risi.

Nella costruzione narrativa del film c’è spazio tanto per il tema del doppio, quanto per le suggestioni giocate sul confine tra realtà e allucinazione, in una tessitura dal sapore (idealmente) hitchcockiano, che si nutre tuttavia dei colori e dei sapori locali. Sapori che sono quelli di una metropoli dall’identità scissa e sfaccettata come quella dei suoi due protagonisti (Giovanna Mezzogiorno e Alessandro Borghi), che può nascondere o mostrare un corpo nel dedalo dei suoi vicoli, velarne e confonderne le fattezze, o al contrario offrirle a una sfrenata carnalità. Il mistery si colora di un afflato alchemico che vuole restare legato alla materialità del territorio, andando a pretendere, per la comprensione di un enigma (quello di un amore solo assaporato) l’esplorazione del rimosso, di un mistero sepolto nelle proprie radici. Per operare un riconoscimento da svolgere come in un gioco di specchi, che verrà proiettato fino alle estreme conseguenze, fino alla (con)fusione tra corpi e vite, alla ricerca dell’eco di memorie che si mescolano col desiderio e col sogno.

Trailer:

PRO

Ozpetek esplora i temi del suo cinema da un punto di vista inedito, mostrando, nella scelta dell’ambientazione come in quella delle atmosfere, una buona dose di coraggio. La location conferisce naturalmente fascino a una vicenda che vuole nutrirsene, che punta deliberatamente a fare del capoluogo campano un personaggio a sé, capace di sostanziare una storia d’amore di cui sempre più si confondono le premesse e le fattezze. La prova di Giovanna Mezzogiorno, in un ruolo per lei insolito, si rivela obliqua e interessante; mentre la fotografia di Gian Filippo Corticelli, tanto nei toni insolitamente neutri degli esterni diurni, quanto in quelli sottilmente minacciosi delle riprese notturne nei quartieri storici della città, o in quelli intimamente carnali degli interni che fanno da teatro agli incontri tra i due protagonisti, conferisce un surplus di attrattiva a una storia che punta molto sul potenziale della sua costruzione visiva.

CONTRO

Visivamente contraddistinto da una cura ai limiti del formalismo, Napoli velata fallisce in modo evidente sul piano narrativo, costruendo una vicenda thriller involuta, prevedibile nei suoi snodi principali, pretestuosa e a tratti ridicola nelle sue soluzioni. Per narrare le sue inquietudini (invero tutte terrene, meglio espresse nella cornice realistica delle sue opere passate) Ozpetek sceglie qui a forza un intreccio che non riesce a padroneggiare, puntando su twist narrativi che non funzionano, perdendosi in deviazioni velleitarie e gratuite (la cartomante e le sue rivelazioni), puntando a un accennato ritratto antropologico senza aver ben chiara la direzione da prendere, né il percorso per arrivarci. Ne deriva un thriller stanco e meccanico nella sua struttura, faticoso da seguire, tanto visivamente elaborato quanto poco incisivo nello svolgimento del racconto, a tratti ridicolo nella gestione della love story e delle sue implicazioni (l’insistenza del regista sui dettagli dell’anatomia dei corpi e sull’esplorazione dell’atto sessuale sconfina qui, a tratti, nel kitsch). Un insieme di suggestioni racchiuse in un contenitore che, per contenerle al meglio, necessitava di una diversa mano, di un autore maggiormente capace di giocare con quel tipo di atmosfere, che fosse in grado di dar loro una forma cinematografica più compiuta, capace di arrivare realmente al cuore e ai nervi dello spettatore.

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Marco Minniti

 
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