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MY GENERATION

 
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Pro


Documentario pervaso dell’atmosfera di speranza e anarchico ottimismo che caratterizzò un periodo irripetibile, narrato con sguardo colmo d’affetto, ma anche equilibrato, da un ottimo Michael Caine.

Contro


Accennare alla successiva, drammatica epoca thatcheriana, avrebbe forse giovato ulteriormente al film. Nel finale, troviamo qualche concessione di troppo alla retorica.


In breve

Michael Caine, star del cinema inglese nell’ultimo cinquantennio di storia, racconta in prima persona il periodo che l’ha formato, culturalmente e cinematograficamente. La Londra degli anni ‘60 rifulge nelle sue parole e nelle immagini del documentario, attraverso sequenze di repertorio alternate a interviste con i protagonisti di quella stagione irripetibile: i Beatles, David Bailey, Mary Quant, i Rolling Stones, David Hockney e molti altri. Quello dentro il quale l’attore inglese guida lo spettatore è un vero e proprio viaggio nel tempo, in cui una nuova generazione saliva alla ribalta, con lo scopo di mettere in discussione i valori delle precedenti in modo molto più radicale di quanto non era stato fatto in passato. Un movimento in cui i nuovi fermenti culturali si sovrapponevano perfettamente all’emergere di un proletariato urbano che non si accontentava più di un ruolo subalterno.

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Posted 9 febbraio 2018 by

 
Recensione completa
 
 

Già presentato fuori concorso nell’ultima Mostra del Cinema di Venezia, My Generation, documentario che illumina una stagione irripetibile attraverso la rievocazione di quello che fu dei suoi più importanti centri culturali, approda in sala sotto forma di uscita-evento (sarà infatti nei cinema per una sola settimana, dal 22 al 29 gennaio). Un formato, in qualche modo, adatto alla natura “contingente” degli eventi narrati dal film di David Batty, al racconto di quella che fu un decennio irripetibile, legato da un lato a una precisa stagione della vita (quella della giovinezza che accomuna tutti i suoi protagonisti), dall’altro a un’epoca di tumultuosa e inarrestabile trasformazione. Un’epoca che però (ed è storia) appena un ventennio dopo avrebbe trovato la sua negazione nella drammatica restaurazione thatcheriana, atta a (tentare di) cancellare dalla scena politica quel proletariato urbano che in quegli anni aveva acquisito forza e consistenza.

Nel film, Michael Caine rievoca i luoghi della Londra di allora che vengono alternati e giustapposti a quelli di oggi, in un andirivieni di passato e presente che si esplicita anche nelle voci dei protagonisti di quella stagione, ascoltate ieri e oggi, alternativamente nei ruoli di protagonisti e reduci. Un movimento in cui il cinema ebbe il suo ruolo e la sua precisa collocazione (non per niente Caine, che presenta se stesso come parte integrante di quel mondo, rievoca in primis i suoi esordi – svelando anche la divertente origine del suo nome d’arte); in cui i suoni dolci e ruvidi, sognanti e psichedelici, di Beatles, Stones e Who abbattevano le certezze delle generazioni precedenti, in cui la veste della città veniva trasformata per sempre grazie a un nuovo (anagraficamente e culturalmente parlando) gruppo di abitanti. Un gruppo proveniente in gran parte da quella working class che voleva iniziare a poter dire la sua, non solo sul piano sociale, ma anche su quello di una cultura altra e alternativa rispetto a quella, dominante, della borghesia.

Trailer:

PRO

La straordinaria stagione illuminata da My Generation, le sue vivide immagini, il sentore quasi fisico di qualcosa di irripetibile, che avrebbe trasformato per sempre la cultura popolare com’era fino ad allora conosciuta, bastano da soli a fare il film. Difficile non farsi trasportare dalle musiche d’epoca e da quell’impeto collettivo, rivoluzionario (a vari livelli), capace di andare oltre le inquietudini individuali e farsi autenticamente “movimento”, che attraversava trasversalmente tutta la società inglese (e non solo) del periodo. Unitamente a questi pregi, che derivano più dalla natura del materiale rappresentato che dal modo in cui questo è stato portato sullo schermo, il film di Batty ha dalla sua un montaggio efficacissimo, capace di far sentire anche (in modo ora sottilmente amaro, ora dolcemente nostalgico) tutta la distanza di quel mondo da una stagione odierna che, pur laddove è ad esso debitrice per moltissimi aspetti, ne ha di fatto tradito molte delle premesse. Va inoltre sottolineata l’ironia e la lucidità di un Caine che guida lo spettatore attraverso quel mondo, riuscendo a farne (ri)vivere lo spirito, completando con la sua narrazione immagini che, anche nella loro forma grezza, mantengono tutto il loro potere evocativo.

CONTRO

Nel film di David Batty avrebbe forse giovato inserire un qualche cenno a quella che fu la fine (con l’epoca thatcheriana) dell’epopea rappresentata nel documentario: la negazione stessa dell’idea di società rappresentata nel film, il successivo tentativo (per fortuna non del tutto riuscito, ma purtroppo portatore di un lascito non indifferente nel corpo della società britannica) di cancellazione di un modello non solo sociale, ma anche estetico e culturale. Inoltre, va sottolineato come, nel finale, il documentario si lasci andare leggermente a un tono retorico, piuttosto fuori registro rispetto al mood sì nostalgico e per molti versi elegiaco, ma anche sostanzialmente equilibrato, che lo aveva caratterizzato per gran parte della sua durata.

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Marco Minniti

 
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