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MOONLIGHT

 
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Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
2.5/ 5


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Pro


Visivamente elegante, forte di buone interpretazioni, capace di narrare la storia di un individuo su uno sfondo che parla di un intero contesto sociale

Contro


Pretenzioso e gratuito nella sua tendenza al formalismo, dal commento sonoro ridondante, poco amalgamato nei suoi tre segmenti.


In breve

Chiron, giovane afroamericano, nasce in un quartiere povero di Miami, tra violenza, droga e degrado. Padre scomparso, madre alcolizzata e tossicodipendente, il ragazzino trova un mentore in Juan, spacciatore locale. Anni dopo, Chiron è un adolescente solitario, che trova l’unico amico nel coetaneo Kevin. Presto, l’amicizia tra i due ragazzi si trasforma in un sentimento diverso e più profondo, ma le spietate regole della strada finiranno per separarli. Altro salto temporale: Chiron è un potente spacciatore, mentre Kevin, dopo un periodo in carcere, ha deciso di rigare dritto. Le strade dei due si incroceranno di nuovo, ma entrambi si renderanno presto conto che niente è come prima…

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Posted 20 ottobre 2016 by

 
Recensione completa
 
 

Accolto dai lusinghieri giudizi della critica d’oltreoceano, già presentato con successo nei festival di Telluride, Toronto, New York e Londra, Moonlight apre ora l’undicesima edizione della Festa del Cinema di Roma. Un’apertura, per il festival diretto da Antonio Monda, nel segno del cinema americano più classico, in linea con l’identità che l’attuale direttore artistico ha voluto dare alla manifestazione; con più di un occhio, tra l’altro, ai prossimi Academy Awards (dove si scommette già che il film di Barry Jenkin­­­­s avrà un ruolo da protagonista). Una storia di (tras)formazione che racconta, attraverso una cronologia rigidamente scandita, tre diverse età di un individuo, identificate dai suoi tre diversi nomi (Little, Chiron e Black).

Tratto da una pièce teatrale di Tarell Alvin McCraney, il film si articola quindi attraverso tre segmenti, volti ognuno a narrare una delle età del protagonista: prima racconto di formazione bagnato dalla violenza, poi college movie incentrato (anche) sul tema della scoperta della propria identità sessuale, infine love story sui generis che riflette sul tempo e sul destino. Con la cifra comune (narrativa) di un crudo realismo, che non preclude tuttavia al film una messa in scena elaborata e un montaggio serrato. Il carattere fisico e sanguigno di alcune sequenze si alterna, senza soluzioni di continuità, a soluzioni di regia dal forte carattere estetizzante, che mescolano passato e presente, realtà e frammenti onirici.

Trailer:

 

PRO

Il film di Barry Jenkins presenta una messa in scena elegante, unitamente a una fotografia che, curata da James Laxton (tra i suoi lavori, l’horror grottesco Tusk) cattura immediatamente l’occhio. Il suo soggetto, legato a doppio filo al presente e al passato della nazione americana, rappresenta un esempio di storia biografica (seppur fittizia) che diviene emblema di un preciso ambiente sociale; i tre interpreti che danno vita al protagonista, inoltre, risultano singolarmente molto efficaci nel delineare le tre diverse età (non solo individuali) al centro della trama. Il film dà il suo meglio nel momento in cui si fa fisico e sanguigno, saltando tutte le mediazioni estetiche che altrove lo appesantiscono: ne sono un esempio le sequenze del primo contatto sessuale tra i due amici, e della successiva, drammatica esplosione di violenza.

CONTRO

La messa in scena di Moonlight, per gran parte della sua durata, soffre di un coté pulito e asettico, che stride vistosamente con l’essenzialità e la “sporcizia” che la storia richiama. Per una vicenda quasi neorealista, che vuole parlare anche dello scorrere del tempo, la tendenza all’estetizzazione, la ricerca (vuota, stucchevole) della perfetta composizione dell’inquadratura, risultano altrettanti fattori penalizzanti. Appesantito da una colonna sonora pomposa e fuori tono con la vicenda, reso ridondante dalla pretenziosità che emana dalle sue immagini, il film di Jenkins risulta inoltre poco coeso e compatto, incapace di gestire le ellissi temporali del racconto, che finiscono per trasmettere l’impressione di un film a episodi: non tre momenti diversi (ma amalgamati) della vita di un individuo, ma tre diverse e separate storie. Le pretese della sua impostazione estetica, e la scarsa capacità di amalgama dei suoi diversi registri, finiscono per fare di Moonlight un esempio di cinema classico tanto elegante nella confezione, quanto difettoso nella sua articolazione narrativa.

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Marco Minniti

 
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