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MONOLITH

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
3.5/ 5


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Pro


Ottima tensione di genere, interessante lo studio sulla psicologia della protagonista, efficace la costruzione del climax.

Contro


Qualche passaggio risulta poco credibile, mentre il finale arriva forse con uno strappo troppo netto rispetto alla tensione accumulata.


In breve

Mentre torna verso casa a bordo della sua Monolith, un’avveniristica automobile progettata per offrire il massimo della sicurezza, Sandra resta accidentalmente chiusa fuori dalla vettura, nel bel mezzo del deserto dello Utah, mentre suo figlio David, di due anni, è bloccato all’interno. L’auto è una specie di fortino su quattro ruote, pensata per rendere praticamente impossibile l’ingresso a un potenziale assalitore. Impossibilitata a trovare aiuto, in mezzo a chilometri e chilometri di nulla, Sandra cerca disperatamente un modo per violare il mezzo che lei stessa aveva voluto per la sicurezza della sua famiglia, per poter tirare fuori suo figlio. Nel frattempo, alla notte, e alla minaccia di aggressione da parte di animali selvaggi, succede il giorno, con le sue temperature torride, mentre David è ancora imprigionato all’interno dell’automobile…

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Posted 13 agosto 2017 by

 
Recensione completa
 
 

Mentre la pausa estiva volge al termine, preparando l’avvio di una nuova stagione cinematografica, la distribuzione di metà agosto porta in sala un nuovo, piccolo film italiano di genere. Monolith, progetto indipendente che guarda al mercato internazionale, realizzato grazie alla co-produzione di Sky Cinema e della Sergio Bonelli Editore, è un progetto che nasce come crossmediale: parallelamente all’uscita del film verrà infatti pubblicata una graphic novel firmata da Roberto Recchioni (l’ideatore originale del soggetto) e Mauro Uzzeo (anche co-sceneggiatore del film), che svilupperà lo spunto di partenza in una direzione non direttamente sovrapponibile a quella del lungometraggio. Una scelta all’insegna della contaminazione dei linguaggi, che segna un’interessante novità per il nostrano cinema di genere.

Come già il riuscito Mine, Monolith (terzo lungometraggio di Ivan Silvestrini) è un esperimento che porta il thriller su un territorio altro e apparentemente da esso distinto (lì il film di guerra, qui il road movie). Analogo è il respiro internazionale, ma anche un approccio alla messa in scena che è esplicitamente “agorafobico”. Il tema classico dell’assedio, tra i topoi del thriller di ogni latitudine, viene rovesciato nel motivo di una protagonista che, per salvare suo figlio (oltre alla sua identità di madre) deve penetrare in quello che è l’equivalente del “fortino”, violandone la sicurezza e disinnescandone il potenziale di trappola mortale. In mezzo, una riflessione sul potere fintamente salvifico della tecnologia (qui rovesciato nel suo opposto) e i fantasmi personali di una madre che trova davanti a sé una necessaria (e drammatica) prova di accettazione e consapevolezza della sua identità.

Trailer:

PRO

In 84 minuti molto densi, Monolith costruisce un’ottima tensione di genere, percorrendo il doppio binario dell’accumulazione delle minacce (gli animali selvaggi, il caldo torrido, la disidratazione del bambino) e dei fantasmi e incubi che progressivamente chiudono la sua morsa intorno alla protagonista. Un climax rappresentato in modo molto realistico, grazie a un’attenta scrittura, che demanda molto all’efficace prova di Katrina Bowden nel ruolo principale. Il personaggio, e la sua natura di madre non ancora pienamente consapevole del suo ruolo, è descritto con pochi e riusciti tocchi, a partire dalla frazione introduttiva (con i dialoghi a distanza con il marito e la ex collega, e quello serrato con i giovani nell’autogrill) fino agli incubi che la tormentano durante la prigionia del figlio. Va segnalata, inoltre, la lodevole volontà di cercare una via altra e originale al cinema di genere italiano (filone che sembra aver trovato una nuova vitalità) che ricerchi la contaminazione e lo scambio reciproco con altri linguaggi (qui quello del fumetto). Contaminazione ribadita anche da una messa in scena che tradisce (e non è assolutamente un male) l’interesse degli autori per le strisce disegnate.

CONTRO

Pensato e realizzato nel segno dell’essenzialità, il film di Silvestrini mostra qualche limite sul fronte della credibilità, sia nel dipanarsi della sua narrazione (qualche passaggio risulta obiettivamente forzato) sia in un finale che arriva, forse, con uno “strappo” troppo netto rispetto alla tensione fino ad allora accumulata. Limiti forse dovuti, in parte, alle peculiarità del “formato”, alle limitazioni di budget, e alla necessità di tenersi al di sotto dell’ora e mezza di durata. Caratteristiche che comunque non inficiano la godibilità di un prodotto che, laddove trovasse un buon riscontro di pubblico, potrebbe aprire nuove e interessanti possibilità per la riscoperta dei generi nell’ambito del cinema nostrano.

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Marco Minniti

 
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