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MARGUERITE E JULIEN – LA LEGGENDA DEGLI AMANTI IMPOSSIBILI

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
2.5/ 5


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Pro


Elaborato nel coté visivo, ammaliante nel suo mood fiabesco, capace di catturare l’attenzione dello spettatore con la valenza universale del suo soggetto.

Contro


Poco equilibrato nella convivenza di astrazione e carnalità, sbilanciata sul primo versante. Freddo, cerebrale, ai limiti del kitsch in alcune soluzioni di regia.


In breve

Julien e Marguerite de Ravalet, figli del Signore di Tourlaville, vivono fin da bambini un tenero legame. Un legame vero quanto pericoloso. L’affetto che lega i due ragazzi si consolida e si intensifica mentre crescono, trasformandosi man mano in autentica passione. Una passione che non cesserà neanche quando i due verranno separati contro la loro volontà, e quando Marguerite sarà forzatamente data in sposa a un ricco commerciante. Ma la morale, e la legge, non possono tollerare un amore tanto scandaloso da risultare persino innominabile. I due ragazzi fuggono, ma la comunità di Tourlaville inizia a dar loro una caccia spietata. Una caccia che arriverà fino alle estreme conseguenze…

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Posted 10 giugno 2016 by

 
Recensione completa
 
 

L’idea di Marguerite e Julien viene da lontano. La leggenda dei due giovani fratelli/amanti, ispirata a una reale vicenda storica risalente all’inizio del XVII secolo, doveva essere originariamente portata sullo schermo da Francois Truffaut nel 1973: solo nel 2015 Valerie Donzelli ha ripreso il trattamento che Jean Gruault fece per il maestro francese, adattandolo alla sensibilità moderna e ai peculiari tratti del suo cinema. Una rielaborazione in cui la regista è stata ancora una volta coadiuvata dal marito Jérémie Elkaim, qui di nuovo protagonista; e che di nuovo consegna agli spettatori un melodramma che si nutre dell’elaborata, a volte debordante concezione dell’immagine che anima il cinema della regista.

Marguerite e Julien pone con decisione la vicenda dei due protagonisti sul piano del mito, o della fiaba: il film è infatti narrato in un lungo debrayage, che vede alternarsi alla narrazione due giovani ospiti di un orfanotrofio. La natura fiabesca, fantastica, del racconto, è da subito evidente nella scelta delle luci, nell’antinaturalismo della messa in scena, nel mood gotico della ricostruzione d’ambiente: il tutto è sospeso in una dimensione temporale fantastica e imprecisata, in cui convivono elementi contemporanei (le automobili, gli elicotteri) accanto ad altri secenteschi (la monarchia, la struttura feudale della società, l’uso della pena di morte).

In tutto ciò, la vicenda dei due amanti è resa coi toni da melò che sono usuali per la regista, arricchendosi di digressioni oniriche e parentesi fantastiche, caricandosi di una valenza simbolica che vuole ambire alla narrazione di un archetipo e di una storia tendenti a una portata (e a un respiro) universale.

Trailer:

PRO

Visivamente, il film di Valerie Donzelli colpisce immediatamente l’occhio, catturando l’attenzione dello spettatore col suo immaginario fantastico e piacevolmente atemporale. Fin dalla scelta della modalità narrativa (un lungo racconto nel racconto) il film mostra un forte potere affabulatorio, puntando tutto sulla dimensione universale di una vicenda ormai consegnata al mito. Quello dell’amore proibito, e del suo scontro con una società incapace di comprendere, è un archetipo che non cessa di esercitare il suo fascino su un pubblico trasversale; (ri)portato qui sullo schermo con un’estetica elaborata, illuminata dal composito e onirico immaginario della regista francese, caricata di una valenza melodrammatica che ne esalta la resistenza al tempo e all’avvicendarsi delle mode. Un’efficacia visiva che si somma alle buone interpretazioni dei due protagonisti, capaci di rendere la natura dolente di un amore su cui grava, come un mortale epitaffio, lo stigma della società adulta e “normale”.

CONTRO

Se l’immaginario tipico della regista francese, spesso privo di briglie, tendente a un melò che si accompagna a una concezione dell’immagine istintiva, debordante e poco mediata, trovava in un prodotto come La guerra è dichiarata una sua ideale dimensione, qui il risultato finisce per essere molto più problematico. Marguerite e Julien è un melò volutamente sospeso nel tempo e astratto, ma contemporaneamente istintivo e carnale: e sta proprio nella problematica convivenza di questi due registri il limite principale del film della Donzelli. Se l’approccio fiabesco alla narrazione è elemento di magnetismo, la generale freddezza nella declinazione della storia (a un passo dal cerebrale) finisce per risultare respingente: mancano le lacrime, la carne e il sangue del genere, manca una reale esplicitazione della valenza sovversiva, innominabile e incontrollabile, di un rapporto avversato dal resto del mondo. Ad alcune parentesi oniriche che, non sostenute da una parallela gestione in tono della narrazione, finiscono per sconfinare nel kitsch, si sommano inoltre alcune vere e proprie trascuratezze narrative: ne è esempio la poco comprensibile ellissi che segue il ritorno a casa della protagonista, nella fase centrale del film; o la decontestualizzata introduzione dell’elemento religioso nei minuti finali. Elementi che segnano, in negativo, un prodotto tanto visivamente attraente quanto narrativamente e concettualmente poco equilibrato.

GALLERY

Marguerite e Julien 1 Marguerite e Julien 2 Marguerite e Julien 3 Marguerite e Julien 4 Marguerite e Julien 5


Marco Minniti

 
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