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L’UOMO DI NEVE

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
3/ 5


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Pro


Interessante messa in scena, ambienti ripresi con gusto e capaci di integrarsi in una trama dall’andamento rapsodico, ma non priva di fascino.

Contro


La struttura collettiva del racconto e l’assenza di un andamento narrativo classico trasmettono perlopiù un’impressione di trascuratezza, piuttosto che di voluta cripticità.


In breve

Harry Hole è uno stimato detective della polizia di Oslo, caduto da tempo nella depressione e nell’alcolismo. L’uomo, che di recente è stato abbandonato dalla moglie, trova nuove motivazioni in un caso che ha scosso la capitale norvegese: un assassino sta terrorizzando la città tagliando la testa alle proprie vittime, tutte donne. Ogni delitto viene perpetrato durante una tempesta di neve, e ognuno viene “firmato” con la costruzione di un pupazzo di neve poco distante dalla vittima. Con l’aiuto di Katrine, brillante recluta assegnata al caso, Harry inizia ad indagare sugli omicidi, trovando alcune interessanti connessioni nel passato delle vittime. Inoltre, il detective scopre un collegamento con una serie di sparizioni di donne verificatesi nel passato, in una fitta trama che coinvolge varie persone… mentre una nuova tempesta di neve è imminente, il detective cerca di scoprire e fermare il pericoloso killer.

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Posted 17 ottobre 2017 by

 
Recensione completa
 
 

Di fronte alla recente, vivace produzione letteraria di thriller provenienti dai paesi scandinavi, il cinema è stato finora piuttosto timido nell’attingerne idee (dirette o indirette), non sfruttando molto un panorama certo non privo di suggestioni da grande schermo. Se si esclude la fortunata saga di Millennium – Uomini che odiano le donne (tratta dai bestseller di Stieg Larsson) e alcuni isolati esempi di trasposizioni distribuite tra i paesi scandinavi, l’Europa e Hollywood (tra questi, gli interessanti L’ipnotista, diretto da Lasse Hallström, e Headhunters, per la regia di Morten Tyldum), la produzione letteraria scandinava è stata finora foriera di idee destinate soprattutto al piccolo schermo, in produzioni in gran parte rivolte al mercato locale.

Proprio quello che è attualmente l’autore di punta di questa “scuola” letteraria, il norvegese Jo Nesbø, vede ora la realizzazione della seconda trasposizione filmata di una sua opera, dopo il già citato Headhunters (tratto dal suo best-seller Il cacciatore di teste). Malgrado si tratti di una produzione in gran parte britannica (ma tra i produttori esecutivi ci sono Martin Scorsese e lo stesso Nesbø), L’uomo di neve ha l’appeal del prodotto internazionale, garantito dalla firma di un regista svedese (Tomas Alfredson, autore degli apprezzatissimi Lasciami entrare e La talpa), da un cast internazionale composto da Michael Fassbender, Rebecca Ferguson, Val Kilmer e J.K. Simmons, e da location in gran parte norvegesi (divise tra le città di Oslo, Bergen, e i territori della contea di Telemark).

Lo sguardo del regista garantisce il giusto quantitativo di appeal locale, raggelato in un paesaggio che sembra nascondere, dietro il bianco predominante, segreti che non attendono che di essere dissepolti, ed esplicitato in sequenze ad alto contenuto emotivo (tra queste, un prologo che troverà la giusta collocazione – e spiegazione – solo più avanti nel corso dell’intreccio). Su tutto, una vicenda di fantasmi e demoni personali sepolti nel passato, dalla struttura corale e dall’anima intrinsecamente noir: vittime e carnefici sembrano essere entrambi preda di una solitudine e di un’attitudine all’atomismo sociale che si può rilevare facilmente appena dietro il velo (fatto di ricchezza, solidarietà ed efficienza) della società norvegese.

Trailer:

PRO

Thriller corale e complesso, che punta a fare della detection solo una componente della sua partitura collettiva, L’uomo di neve colpisce principalmente a livello visivo. La ricchezza e cura della produzione si unisce all’indiscusso gusto di Alfredson per i raggelati esterni nordici, per l’integrazione tra un’ecologia urbana imponente e ordinata e una natura posta appena ai suoi margini, entrambe portatrici di segreti appena celati, entrambi sottilmente inquietanti nella loro raggelata efficienza di facciata. Il quadro è quello di un noir che ha un’andatura rapsodica, che punta ad accumulare dettagli e subplot in una struttura rizomatica che non manca di intrigare, pur laddove manca (volutamente?) di ricomporre ogni pezzo del puzzle. Il fascino dell’ambientazione, che trascende il semplice sguardo “turistico” sulle location, si somma a un intreccio che, nel suo carattere criptico, spesso ai limiti dell’illegibilità, non manca di coinvolgere laddove se ne accettino le (pur discutibili) premesse.

CONTRO

L’idea di scomposizione e rimescolamento che pare essere alla base dell’intreccio, mutuata (in parte) dalla struttura corale del romanzo, trasmette invero più un’idea di trascuratezza che di voluta enigmaticità, inserendo a più riprese nel plot personaggi, sottotrame presenti e passate, flashback non approfonditi, frammenti di vicende personali che restano sospese in attesa di una mai raggiunta (ri)collocazione. Laddove è interessante l’idea di produrre un thriller dall’appeal internazionale conferendogli una struttura volutamente ostica, priva di un andamento narrativo classico, si ha l’impressione che la sceneggiatura di Hossein Amini e Peter Straughan non abbia le spalle abbastanza larghe per sobbarcarsi questo compito. Tanto che quando, nella frazione finale, i nodi del complicato intreccio vengono infine al pettine, il sentore è quello di uno scarto brusco, di una netta virata verso una soluzione narrativa facile e immediata, piuttosto che di una graduale convergenza dei vari elementi di trama verso un centro (e una risoluzione). Così, pur nelle sue interessanti premesse, il film di Alfredson non può dirsi propriamente riuscito, principalmente a causa di una scrittura non all’altezza delle ambizioni che il prodotto sembra esprimere.

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Marco Minniti

 
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