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LUNA DE MIEL

 
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Scheda
 

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Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
3/ 5


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Pro


Durissimo, onesto nel suo rifiuto di piacere a tutti, privo dell’ipocrisia che caratterizza parte del genere. Ottima la prova del protagonista-aguzzino.

Contro


Diverse approssimazioni di scrittura rendono difficile la sospensione dell’incredulità. Il film, nella sua violenza, è dichiaratamente inadatto ai palati più sensibili.


In breve

Jorge, medico eccentrico e solitario, ha sviluppato un’ossessione per la sua vicina Isabel. Da un po’ di tempo, l’uomo osserva la ragazza, la segue e ne studia i movimenti. Arrivato il momento giusto, Jorge avvicina Isabel con uno stratagemma e la rapisce. Una volta fatta prigioniera la donna, Jorge la sottopone a una serie di torture fisiche e psicologiche, con lo scopo di annullare la sua volontà e farla definitivamente sua. Nel frattempo, il convivente di Isabel inizia a cercare la donna stampando volantini col suo nome e il suo volto. Pressato dagli eventi, Jorge deve fare i conti anche con la strenua volontà di resistenza della sua prigioniera…

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Posted 19 luglio 2016 by

 
Recensione completa
 
 

Produzione orrorifica messicana, già presentata nella penultima edizione del Brusselles International Festival of Fantasy Film (BIFFF), questo Luna de miel approda ora nel cartellone del romano Fantafestival, nell’ambito del focus dedicato all’horror latinoamericano. Quello di Diego Cohen (classe 1984, già montatore, oltre che regista di un paio di lungometraggi rimasti inediti alle nostre latitudini) è un duro e crudele dramma orrorifico, che guarda chiaramente ai modelli nordamericani (la saga di Saw e i relativi derivati sono dietro l’angolo) e al filone del torture porn.

Immergendosi nell’essenziale, sadico gioco che vede, nei rispettivi ruoli di aguzzino e vittima, i due attori Hector Kotsifakis e Paulina Ahmed, il regista messicano non ha paura di sporcarsi le mani, e non cerca in nessun modo di edulcorare la pillola. La follia del carceriere Jorge è manifesta e implacabile, così come una voglia di possesso da esercitarsi ad ogni costo, compreso quello della distruzione (fisica) del corpo/oggetto desiderato. Non sono risparmiati i truculenti dettagli dell’inferno di torture e privazioni a cui la giovane Isabel viene sottoposta, così come non si cerca di “umanizzare” a tutti i costi la figura del medico-aguzzino: la sua patologia non è che una grottesca, sanguinosa radicalizzazione dell’ossessione borghese del possesso, e di una concezione dei rapporti familiari incentrata su un modello patriarcale e spersonalizzante per la donna.

Un risultato duro, dichiaratamente non pensato per tutte le categorie di spettatori, che il regista raggiunge espungendo del tutto l’elemento autoironico e smitizzante che spesso caratterizza il genere: pur laddove la figura di Jorge assume connotati grotteschi, il dolore inflitto alla sua vittima non diventa meno tollerabile, per lei come per lo spettatore/testimone chiameto ad assistervi.

Trailer:

PRO

Duro e privo di orpelli, espressione di una concezione dell’orrore lontana dalla visione anestetizzata (e un po’ ipocrita) che caratterizza attualmente gran parte del genere, Luna de miel colpisce duro e non lascia indifferenti. La sceneggiatura non cerca in alcun modo di rendere simpatico il folle carceriere (ottimamente interpretato da Hector Kotsifakis) così come non ricerca una malintesa e fuorviante “umanizzazione” della sua figura. In questo, e nella sua esplicita durezza tematica e grafica, il film di Diego Cohen va lodato per la sua onestà. La sotterranea satira antiborghese, così come il feroce sguardo sull’istituzione familiare, sono scoperti ma non per questo meno lucidi: così come la sottolineatura di quegli emblemi religiosi, parte integrante del quotidiano nel tessuto sociale borghese, la cui presenza nell’abitazione dell’aguzzino crea un efficace effetto straniante.

CONTRO

Non mancano trascuratezze e approssimazioni, in una sceneggiatura che spesso fa fatica a mantenere un livello minimo di credibilità, e a garantire la necessaria sospensione dell’incredulità. Scricchiola un po’ la costruzione della situazione-base del film, il modo in cui il film ci arriva e il suo mantenimento; così come scricchiola la risoluzione finale del tutto, raggiunta attraverso una soluzione narrativa (non disprezzabile in sé) caratterizzata da un eccessivo semplicismo.

A queste considerazioni, va aggiunta l’ovvia sottolineatura della natura del film, estremamente grafica e caratterizzata da un clima di costante violenza fisica e psicologica, che non lo rende assolutamente adatto a tutti i palati.

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Marco Minniti

 
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