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L’ULTIMA PAROLA – LA VERA STORIA DI DALTON TRUMBO

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
3/ 5


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Pro


Solido, dalla buona presa emotiva e spettacolare, con un ottimo Bryan Cranston nel ruolo di protagonista.

Contro


Un po' anonimo nella messa in scena, non sempre equilibrato nella scrittura, sorvola spesso sul privato del personaggio.


In breve

Hollywood, anni ’40: la carriera di Dalton Trumbo, acclamato sceneggiatore, subisce una brusca battuta di arresto quando Trumbo viene inserito nella lista nera della Commissione per le attività anti-americane. L’uomo, impossibilitato a lavorare, viene infine condannato al carcere per le sue simpatie comuniste. Insieme a lui, finiscono nel mirino gli altri membri della Hollywood Ten, un gruppo di personalità del cinema che si rifiutarono di testimoniare davanti alla Commissione. Mentre parte del mondo del cinema gli volta le spalle, e alcuni dei suoi stessi compagni finiscono per tradirlo, Trumbo passa 11 mesi in prigione. Al suo ritorno in libertà, le porte di Hollywood per lui sembrano ormai sbarrate. Tuttavia, lo sceneggiatore riesce a tornare a lavorare sotto pseudonimo, consegnando alla storia sceneggiature di classici quali Vacanze romane e La più grande corrida. Il maccartismo, alla fine degli anni ’50, si avvia infine alla sua conclusione…

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Posted 10 febbraio 2016 by

 
Recensione completa
 
 

Il periodo hollywoodiano della “caccia alle streghe”, col suo pesante carico di vite e carriere rovinate, sospetti e lutti, non è mai uscito dall’obiettivo del cinema americano che gli seguì. Da Il prestanome (1976) di Martin Ritt, a Good Night and Good Luck (2005) di George Clooney, la Hollywood più liberal non ha mai smesso di mettere sotto la sua lente di ingrandimento uno dei suoi periodi più bui: periodo che contraddisse, nelle sue stesse premesse, le fondamenta democratiche e i principi su cui si fondava la nazione americana. Ultimo film, in ordine di tempo, a cimentarsi con l’argomento, questo L’ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo: un solido biopic che racconta direttamente l’impatto del maccartismo su una delle sue vittime più illustri (e coerenti). Trumbo, infatti, insieme agli altri “Dieci di Hollywood”, ha sempre rifiutato di testimoniare davanti alla Commissione, pagando la sua integrità con l’emarginazione professionale e il carcere.

Quello diretto da Jay Roach è un racconto che si snoda lungo una quindicina d’anni (dalla metà degli anni ’40 ai primi ’60), durante i quali lo sceneggiatore visse la pressione della Commissione, l’ostracismo di personalità del mondo del cinema come quella di John Wayne, il licenziamento dalla Warner, il carcere, e infine la lenta risalita. A vestire i panni di Trumbo, un notevole Bryan Cranston, capace di evidenziare gli effetti anche fisici di un calvario che condizionò tanto la vita artistica quanto quella personale di chi dovette subirlo. Accanto a lui, candidato ai prossimi Academy Award come migliore attore, uno stuolo di buoni comprimari quali Diane Lane nel ruolo della moglie dello sceneggiatore, Helen Mirren in quello della reporter Hedda Hopper, e John Goodman a vestire i panni del produttore indipendente Frank King. L’ispirazione per il film, il romanzo biografico Dalton Trumbo dello scrittore Bruce Alexander Cook.

Trailer:

PRO

Film solido, di buona presa emotiva e spettacolare, L’ultima parola è diretto con mestiere da un cineasta finora cimentatosi perlopiù nella commedia (erano firmati da Roach tanto i tre Austin Powers quanto titoli come Ti presento i miei – e relativo sequel). Dalla messa in scena classica, priva di fronzoli, il film di Roach sfrutta con efficacia la naturale presa emotiva della vicenda, affidandosi in notevole misura ai suoi interpreti: in primo piano, ovviamente, un impressionante Bryan Cranston, capace di rendere nel volto, ma anche nel deteriorarsi del portamento fisico, un quindicennio che lasciò segni indelebili nella vita di un combattente. Sintetizzando in due ore un periodo molto esteso, Roach sceglie di restare quasi sempre dietro le quinte, affidandosi alla scrittura di John McNamara e ai suoi intepreti: tuttavia, il regista riesce a gestire bene il registro emotivo, culminante in una sequenza conclusiva dalla forte valenza simbolica.

CONTRO

Efficace nella messa in scena, ma anche un po’ anonimo nella sua assenza di un’ottica personale sulla vicenda, L’ultima parola ha il limite di non unire al meglio il pubblico e il privato del personaggio, mettendo spesso tra parentesi il secondo. In particolare, le ricadute dell’attività di Trumbo sulla sua vita familiare, l’intensificarsi di una crisi di cui vediamo solo la patina esteriore, i montanti problemi di alcolismo, sono componenti che la sceneggiatura ci fa intuire, più che comprendere. Sbilanciato su un racconto “muscolare”, a tratti enfatico, del lavoro del protagonista, il film sorvola sulle idiosincrasie del suo privato: non riuscendo nemmeno a fornire una descrizione abbastanza pregnante e credibile della vita in carcere e delle sue ricadute sull’individuo. La necessità di condensazione che caratterizza, inevitabilmente, lo script, provoca una serie di ellissi narrative non sempre funzionali, che impediscono che venga dato davvero (malgrado l’interpretazione di Cranston) un ritratto completo e tridimensionale del protagonista.

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Marco Minniti

 
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