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LUI È TORNATO

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
3.5/ 5


User Rating
1 total rating

 

Pro


Arguto, impeccabile nel ritmo, giustamente cupo sotto la patina da commedia grottesca.

Contro


A volte il sovraccarico visivo finisce per sottrarre misura e direzione alla critica che il film porta avanti all’universo mediatico.


In breve

Nella Berlino di oggi, senza una spiegazione apparente, ricompare all’improvviso l’incarnazione stessa del male: Adolf Hitler, baffetti e alta uniforme, si materializza nel bel mezzo di un parco pubblico della capitale tedesca. Disorientato, circondato dai curiosi che lo scambiano per un comico, il dittatore si rifugia in un chiosco di giornali, il cui proprietario lo presenta al videomaker Fabian Sawatzki. Quest’ultimo, in crisi con l’emittente televisiva per cui lavora, vede materializzarsi quella che è per lui un’occasione d’oro: un programma con protagonista la perfetta imitazione di Hitler, che parla, pensa e arringa il pubblico esattamente come lui. Nel giro di poco tempo, il redivivo Führer diviene una vera e propria star televisiva, tra le polemiche, le discussioni e gli altissimi ascolti. Ma nessuno degli artefici del successo del “nuovo” Hitler immagina che quello, in realtà, sia proprio il capo del nazismo, pronto a riprendere possesso della nazione tedesca…

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Posted 27 aprile 2016 by

 
Recensione completa
 
 

È un progetto provocatorio, naturalmente destinato a far discutere, quello che muove questo Lui è tornato: una ricognizione sulla sopravvivenza, nella Germania moderna, di pulsioni similari a quelle che portarono all’affermazione del nazismo, immaginando un ritorno diretto del suo leader. Una provocazione esplicita, scoperta nelle sue premesse, che il regista David Wnendt ha tratto dall’omonimo bestseller satirico datato 2012, scritto da Timur Vernes. Scomponendo e riassemblando il materiale del romanzo, adattandone la forma alle logiche mediali oggetto della sua satira (dalla neotelevisione al mockumentary, fino ai prodotti della Youtube generation), il regista tedesco confeziona una commedia che punta a scavare nel cuore nero di una nazione (e di un popolo) alle prese con la risorgente fascinazione del male.

Lo fa, il quarantenne regista, in una forma scanzonata, giocando col grottesco e col paradosso (una copia tanto perfetta da non essere presa sul serio) e scegliendo la strada del sovraccarico visivo. Il suo film, non a caso già distribuito da Netflix (la distribuzione in sala si limiterà invece alle sole giornate del 26, 27 e 28 aprile) gioca le sue carte migliori quando fa incontrare la ridondanza, il basso contenuto informativo e la presa prevalentemente emotiva dell’eloquio nazista con le logiche pulviscolari e diffuse della comunicazione dei nuovi media. Un incontro che nasconde il Male (quello innominabile) sotto le mentite spoglie di un fenomeno mediatico, e trova i suoi bersagli privi dei necessari anticorpi. Il risultato è un’opera grottesca con un fondo cupo, persino disperato nelle sue implicazioni.

Trailer:

PRO

Arguto nelle premesse quanto impeccabile nel ritmo, disseminato di intuizioni che richiamano risate consapevolmente amare, Lui è tornato è un’interessante spaccato sociologico sotto forma di commedia. La banalità del male viene decostruita, irrisa e buttata sullo schermo, riproponendo pedissequamente le fattezze del suo simbolo: invitando lo spettatore già anestetizzato (e colpevole) a riderne. Ma la risata, più che seppellire chi ne è oggetto, rischia di seppellire qui un intero popolo: un popolo che ha forse lasciato cadere troppo presto gli anticorpi contro i fantasmi della sua storia recente, e che ora ne accoglie la nuova versione con divertita (e complice) sufficienza. Una sottovalutazione favorita dalla logica della comunicazione (e della fruizione dei messaggi) tipica dei new media, formalizzata in un calderone indiscriminato e compatto di stimoli percettivi. Un calderone in cui l’Hitler del 2015 ha buon gioco a ripararsi. Il film di David Wnendt dà una convincente forma a queste suggestioni, giocando in modo intelligente col paradosso e con l’accumulo iperrealistico, affidandosi a un protagonista sopra le righe quanto basta (il poco noto Oliver Masucci), e mettendo in primo piano la problematica figura del videomaker col volto di Fabian Busch.

CONTRO

Nella scelta del registro c’è, in più di un passaggio, un certo sospetto di compiacimento: quasi che la critica (abbastanza caustica) al mondo dei media portata avanti dal regista finisca per riversarsi sullo stesso film. Nel puntare il dito contro certe rappresentazioni mediali (quelle che richiamano indignazione per un cane ucciso, ma non per espliciti messaggi razzisti) il film di Wnendt finisce a volte, suo malgrado, per aderirvi. Con un impeto, e una tendenza all’accumulazione iperrealistica di stimoli, che rischia di annacquare il suo pur notevole potenziale.

GALLERY

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Marco Minniti

 
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