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LO CHIAMAVANO JEEG ROBOT

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
4/ 5


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Pro


Divertente e travolgente “via italiana” al genere supereroistico, con due ottimi interpreti e un'efficace alternanza di registri.

Contro


Una durata eccessiva penalizza in parte il film, in cui non mancano lungaggini, passaggi narrativi a vuoto e piccole incongruenze.


In breve

Enzo Ceccotti è un piccolo delinquente di borgata, che sopravvive tra furti, espedienti e azioni di piccolo spaccio. Durante un inseguimento con la polizia, il giovane precipita nel Tevere, venendo a contatto con una sostanza radioattiva. Alla sua emersione, Enzo scopre di aver ottenuto una forza e una resistenza sovrumane: senza domandarsi l’origine dei suoi nuovi poteri, Enzo li accoglie come una benedizione per la sua carriera di delinquente. Durante un “lavoro” per un boss locale, tuttavia, Enzo incontra casualmente Alessia: la ragazza, stramba e disturbata, crede di vedere in lui la personificazione di Hiroshi, protagonista del cartone animato Jeeg Robot. A nulla valgono i tentativi di Enzo di liberarsi della presenza di Alessia, che l’ha ormai eletto a suo eroe: nel frattempo, qualcosa nel lavoro va storto, e i criminali si mettono sulle tracce del giovane…

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Posted 20 febbraio 2016 by

 
Recensione completa
 
 

Nell’ambito dell’ultima edizione della Festa del Cinema di Roma, questo Lo chiamavano Jeeg Robot è stato senz’altro la vera rivelazione. Esordio, nella regia di un lungometraggio, di un autore già messosi in evidenza con corti e colonne sonore, il film di Gabriele Mainetti ha riempito le sale dell’Auditorium in tre affollatissime proiezioni; strappando consensi e diventando nel giro di poco un piccolo “caso” cinematografico. Ora, a distanza di quattro mesi dalla sua presentazione nella kermesse romana, questo curioso esempio di super-eroistico all’italiana approda infine in sala, per la distribuzione della Lucky Red.

Balza subito all’occhio, del film di Mainetti, la distanza dall’altro tentativo di trattare il genere dei supereroi nel nostro cinema, il recente Il ragazzo invisibile di Gabriele Salvatores: laddove (pur con humour) Salvatores ricalcava i modelli d’oltreoceano, quello di Mainetti è invece un film perfettamente calato nella nostra società e nel nostro cinema. Di più: in Lo chiamavano Jeeg Robot si respira quel senso di romanità, quello che negli ultimi decenni è stato progressivamente contaminato da degrado, violenza e razzismo, che più di una volta abbiamo visto rappresentato al cinema in altri e diversi contesti. La periferia di Tor Bella Monaca è oggetto di una fotografia realistica, quasi di taglio naturalista: qui, si innesta una vicenda noir che compie frequenti digressioni nel grottesco, per emergere infine in una versione tutta nostrana (e originale) della nascita di un supereroe. Un insieme di registri, equilibrati e capaci di mantenere una credibilità di fondo alla base, che ha valso al film di Mainetti la simpatia e il sostegno degli spettatori che hanno potuto vederlo.

Trailer:

PRO

Lo spunto de Lo chiamavano Jeeg Robot poteva dar vita a un’opera esile e autoreferenziale, ma il film di Mainetti, al contrario, stupisce e convince. Nonostante qualche passaggio al vuoto, la sceneggiatura gestisce abilmente l’alternanza tra i registri che caratterizzano il film, calcando il pedale del grottesco solo quando necessario, e non facendo mai mancare la credibilità. C’è vigore e ritmo, ma anche una sorta di stralunata, originale dolcezza, nella vicenda di Enzo e della sua progressiva presa di coscienza, nonché nella singolare love story col personaggio di Alessia. La rappresentazione realistica della realtà di Tor Bella Monaca, nonché la descrizione di un futuro ipotetico (ma non molto lontano) in cui una nuova “strategia della tensione” ha gettato il paese nel caos, fanno da perfetto teatro per quella che si prefigura come una vera e propria via italiana al genere. Va segnalata, inoltre, la pregevole prova di un Claudio Santamaria ingrassato e incattivito, nel ruolo del protagonista; ma soprattutto quella di un incredibile e istrionico Luca Marinelli (l’abbiamo visto anche in Non essere cattivo) che con il suo Zingaro finisce spesso, malgrado la buona prova di Santamaria, per rubare la scena allo stesso protagonista.

CONTRO

Lo chiamavano Jeeg Robot ha la pecca di durare forse troppo (112 minuti) per il tipo di storia che racconta, e per il modo in cui sceglie di metterla in scena. Nel dipanarsi della sua trama, il film di Mainetti non è privo di lungaggini, di passaggi narrativi a vuoto, di incongruenze che fanno capolino qua e là nello script. Sbavature comunque non tali da pregiudicarne l’efficacia, né il coinvolgimento (istintivo, “ruspante” e per questo tanto più vero) che inevitabilmente provoca.

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Marco Minniti

 
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