non solo recensioni…

 
 


 
Da non perdere
 

L’ISOLA DEI CANI

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
5/ 5


User Rating
no ratings yet

 

Pro


Opera notevole nel suo mescolare più immaginari, capace di offrire una visionarietà che unisce varie suggestioni, risultante tuttavia in un insieme coerente e visivamente accattivante.

Contro


Non ci sono veri difetti. Il modello di animazione proposto da Wes Anderson non è (per la sua stessa concezione) adatto alla fascia di pubblico anagraficamente più giovane.


In breve

Giappone, 2037. Una virulenta influenza canina provoca la quarantena forzata per tutti i cani presenti sul territorio nazionale: i quadrupedi vengono reclusi su un’isola disabitata, già utilizzata come discarica, e lasciati al loro destino. Quando il giovanissimo Atari Kobayashi, nipote di un ambizioso e cinico politico locale, viene forzosamente separato dal suo cane Spots, il ragazzo decide di rubare un deltaplano per raggiungere l’isola. Qui, trova cinque cani, Chief, Rex, Boss, Duke e King, che decidono di aiutarlo nella ricerca del suo fidato quadrupede. Nel frattempo, le autorità giapponesi si mettono sulle tracce di Atari, preoccupate che la sua presenza sull’isola possa mettere a nudo le vere cause della quarantena, e i loschi giochi di potere di suo zio…

0
Posted 5 aprile 2018 by

 
Recensione completa
 
 

Presentato con successo all’ultima Berlinale, dalla lavorazione lunga e meticolosa (la produzione è iniziata nell’ottobre 2016), L’isola dei cani rappresenta il secondo esperimento di Wes Anderson con l’animazione in stop motion, dopo il precedente Fantastic Mr. Fox. Una scelta generalmente controcorrente rispetto al mainstream dell’animazione occidentale, che va tuttavia a rinforzare una sempre più consistente nicchia (che comprende le produzioni Laika, ultima delle quali è il notevole Kubo e la spada magica, oltre al Nick Park creatore di opere come Wallace & Gromit – La maledizione del coniglio mannaro, e del recente I primitivi) che negli ultimi anni ha affiancato (per alcuni versi contrapponendosi) alla perfezione esibita del digitale.

Da outsider un po’ freak quale si è sempre dimostrato, anche nell’ambito del cinema live action, da sperimentatore e rimescolatore di generi e suggestioni, Wes Anderson non poteva che trovare nelle potenzialità del “passo uno” un veicolo espressivo potente, persino esplosivo, per la sua poetica. L’artigianalità, volutamente imperfetta, del suo modo di concepire l’animazione, sostanzia e dà consistenza tridimensionale (senza bisogno del ricorso alla stereoscopia) al suo mondo: un mondo fiabesco e futuristico insieme, in cui l’empatia bambino-animale è l’argine alla deriva nella pura cupezza post-apocalittica di un mondo rappresentato come ad un passo dal baratro.

In mezzo, un pout-pourri di citazioni colte e popolari (da Akira Kurosawa ai paesaggi di Hokusai, dal cyberpunk letterario e cinematografico al Giappone feudale), una trama complessa ed elaborata, ma soprattutto uno sguardo estremamente stratificato (e realistico) sulla società canina presente sull’isola. Contrappunto ideale, e specchio (anche – spietatamente – rivelatore) di quella umana.

Trailer:

PRO

L’attraversamento dell’isola da parte del giovane Atari ha la consistenza e l’atmosfera di un viaggio mitico, con elementi da racconto di formazione e scoperta, ma soprattutto con la ricerca di radici che (ri)definiranno sia la personalità sua che quella di tutti i compagni (umani e canini) che lo circondano. Come in Fantastic Mr. Fox, la società animale e le sue (non) gerarchie hanno una grossa importanza nella costruzione narrativa del film, pur laddove il contrappunto umano, in questo caso, è esplicito e sempre presente: la sceneggiatura, tuttavia, stempera le contrapposizioni manichee con l’arma sempre affilata dell’ironia, mostrando alla fine, al contrario di quanto si potrebbe supporre, un sorprendente equilibrio nello sguardo sui diversi personaggi, sul loro background e sulle rispettive motivazioni. In un’avventura ricca di suggestioni, sospese tra universi (passati e presenti) spesso, storicamente e geograficamente, lontanissimi tra loro, stupisce la compattezza della scrittura e del tono: ma stupisce, anche e soprattutto, la rappresentazione plastica e vivissima di un mondo a metà tra realtà e sogno-incubo, in cui la cruda trasfigurazione della storia contemporanea (e dei fantasmi di un Giappone moderno ancora preda di pulsioni irrazionali e autoritarie) è mitigata da quelle pennellate di fantasia infantile che ne smussano i tratti più aspri. Accompagnando il viaggio di Atari come la carezza ruvida, quanto efficace, di un randagio anch’esso in cerca (suo malgrado) di una possibile via di casa.

CONTRO

Non si rilevano veri e propri difetti in un’opera come questo L’isola dei cani, che riesce ad accontentare larghe fasce di pubblico laddove se ne accettino le premesse. Stiamo parlando, ovviamente, di un cinema d’animazione maturo, non pensato per un pubblico giovanissimo (seppur privo di elementi – in termini di linguaggio o immagini – che ne possano scoraggiare la visione per quest’ultimo): le varie derivazioni e deviazioni dal plot principale, i frequenti salti temporali, oltre ad alcuni motivi ricorrenti (tra cui quello della comprensione linguistica) suggeriscono la presenza di una platea di spettatori attenta e non casuale. Tuttavia, se si esclude la fascia di età anagraficamente più giovane, il film di Anderson può rappresentare anche un ottimo portale di ingresso, specie in tempi di immaginario standardizzato e precodificato, per un tipo di animazione diverso, che della sua apparente difettosità (in termini di fluidità di movimenti e di precisione della rappresentazione) fa in realtà un’arma vincente.

GALLERY


Marco Minniti

 
Avatar of Marco Minniti


0 Commenti



Commenta per primo!


Risposte


(required)