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L’INSULTO

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
3.5/ 5


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Pro


Film ricco di vigore, efficace nel ritmo e nella messa in scena, capace di gettare luce su una complicata pagina di storia mantenendosi equilibrato e fruibile da larghe fasce di pubblico.

Contro


La ricerca della dimensione più esplicita si traduce in scelte discutibili (un commento sonoro troppo invadente); inoltre, alcuni motivi presenti sottotraccia restano poco approfonditi.


In breve

Beirut, ai giorni nostri. Nel quartiere cristiano, una banale tubatura rotta fa nascere un conflitto tra Yasser, capo operaio palestinese, e Toni, cristiano libanese residente nella zona. Il violento rifiuto di Toni alla proposta di riparazione della tubatura provoca un insulto da parte dell’operaio, che si vede così intimato di presentare scuse formali, pena una denuncia penale. L’ostinazione da parte di Yasser a non scusarsi trascina presto il caso in tribunale, dove la disputa assume sempre più connotati politici: Toni, infatti, ha mostrato espliciti segni di intolleranza nei confronti dell’etnia di Yasser, arrivando a pronunciare una frase esplicitamente razzista durante l’unico confronto diretto tra i due. Presto, la contesa diviene l’emblema di un conflitto ancora serpeggiante all’interno del paese, provocando una profonda spaccatura nell’opinione pubblica e riaccendendo un odio etnico mai del tutto sopito.

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Posted 13 dicembre 2017 by

 
Recensione completa
 
 

Sembra pensato per suscitare discussioni, L’insulto, opera che racconta un pezzo del Libano odierno presentata in concorso all’ultima Mostra del Cinema di Venezia. Una vetrina che ha fatto vincere al protagonista Kamel El Basha (interprete del palestinese Yasser) la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile, e che ha anche procurato al regista Ziad Douieri un fermo di polizia al rientro nel suo paese, con la poco verosimile accusa di “collaborazionismo con Israele”. Un evento che dà il termometro del clima sociale su cui il problematico film di Douieri va a innestarsi, stabilendo un fil rouge tra la realtà di un paese solo apparentemente pacificato, e le ferite di un conflitto conclusosi ufficialmente 27 anni fa, foriero di un lunghissimo strascico di lutti e rabbia nel corpo della società civile.

Cineasta affermato, già assistente operatore per Quentin Tarantino, ma anche regista di alcuni interessanti drammi sociali nel suo paese (il suo esordio, West Beirut, vinse la Quinzaine des Réalisateurs a Cannes nel 1998), Douieri introduce il tema e lo problematizza attraverso un rigido, geometrico montaggio teso a mostrare il sostrato sociale (e culturale) in cui i due protagonisti si muovono: lo scopo è quello di rovesciare di volta in volta il punto di vista spettatoriale, facendo apparire i contendenti Toni e Yasser alternativamente come vittime e carnefici, catalizzatori di empatia o propagatori d’odio da cui prendere le distanze.

Gioca proprio con le distanze, il regista, fisiche ed emotive, facendo deflagrare il dramma quando i due personaggi vengono a contatto, o al contrario, facendo implodere l’emotività in gesti apparentemente pacificatori (l’episodio dell’auto in panne); lo fa mostrando anche, parallelamente, il dramma del “fuori” e delle ricadute della contesa su un tessuto sociale ancora drammaticamente fragile. La struttura è quella di un legal thriller rigoroso, che persegue costantemente l’equilibrio tra i punti di vista dei suoi protagonisti, e che punta a farsi affresco politico, ampliando il suo sguardo all’esterno e abbozzando un ragionamento di più ampia portata sulla storia del Libano (e del Medio Oriente in generale) negli ultimi quattro decenni.

Trailer:

PRO

Partendo da uno spunto simile a quello dei thriller sociali di Asghar Farahadi, ma non puntando alla stessa asciuttezza nella messa in scena, Ziad Douieri dirige un dramma ricco di vigore e ritmo, narrativamente alla ricerca dell’equilibrio tra le diverse istanze rappresentate (che presto intuiamo essere più di due), privo di manicheismo e teso ad estendere il suo sguardo a un intero paese e a un’intera parentesi storica. Pur calato in un contesto del tutto peculiare come quello del Libano odierno, L’insulto ha il passo e il respiro del cinema americano di qualche decennio fa, quello più improntato al sociale, ricercando un’epica nel racconto che parte dal quotidiano, dalla realtà minuta di due uomini che hanno visto la Storia irrompere nel loro vissuto, modificandolo profondamente. Il climax e l’ottimo lavoro di montaggio favoriscono una fruizione agevole anche per lo spettatore digiuno di notizie sulla complicata pagina di storia narrata, mentre i due protagonisti (ma anche i comprimari) offrono prove attoriali di spessore, capaci di dar corpo e consistenza a un dramma che è umano prima che politico.

CONTRO

La ricerca della dimensione più esplicita e spettacolare, per la messa in scena della contesa al centro della trama, potrebbe non essere apprezzata dagli spettatori che amano una maggior misura: in questo, forse, va rilevata una certa invasività del commento sonoro, che avremmo preferito meno presente. Va detto, inoltre, che alcuni motivi accennati dalla trama (il contrasto familiare tra i due avvocati, la sua ricaduta sul processo) restano involuti e non sviluppati.

 

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Marco Minniti

 
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