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L’INCREDIBILE VITA DI NORMAN

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
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4/ 5


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Pro


Visivamente pregevole, narrativamente efficace nella sua dimensione intima e collettiva insieme, capace di gestire e modulare la prova di un interprete ingombrante.

Contro


Nella prima parte del film, si opta per un’ellissi narrativa non del tutto funzionale, che va in parte a discapito dell’efficacia drammaturgica dei successivi sviluppi della storia.


In breve

Norman Oppenheimer è un operatore economico dell’Upper West Side di New York, che ha come missione quella di “mettere in contatto” le persone. Scaltro, capace di fingere e mentire, ma mosso anche dall’insolita, irrefrenabile necessità di fare del bene al prossimo, Norman incontra Micha Eshel, politico israeliano di stanza a New York. Eshel, che attraversa un periodo buio della sua vita personale e pubblica, fa amicizia con Norman, che lo aiuta a rialzarsi e ne favorisce l’ascesa politica. Tre anni dopo, Eshel è diventato primo ministro nel suo paese, e da tempo non vede il vecchio amico. Durante una visita a New York, Norman decide di avvicinarlo, sperando che il suo antico favore possa essere ricambiato, per una causa che gli sta molto a cuore. Ma la loro amicizia sarà davvero sopravvissuta agli anni, e ai cambiamenti portati dai meccanismi del potere?

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Posted 26 settembre 2017 by

 
Recensione completa
 
 

Dopo Franny, Richard Gere dà vita con questo L’incredibile vita di Norman a un’altra figura di benefattore sui generis, altamente invadente e disfunzionale. C’è un innegabile fil rouge che lega i due personaggi, così come più in generale i ruoli più recenti interpretati dall’ex star di American Gigolo: avviandosi alla settantina, Gere sembra tendere sempre più a un istrionismo “autunnale”, portato a dipingere figure di outsider sconfitti ma non ancora arresi, ancora in cerca, nel tramonto della loro esistenza, di quel posto al sole che non hanno mai davvero raggiunto.

Nel film dell’israeliano Joseph Cedar (suo esordio in terra statunitense) il contesto in cui il personaggio di Gere si muove è quello dell’Upper West Side di New York, con i suoi centri di potere politico, economico e religioso, le sue cattedrali laiche, le sue facce, i suoi suoni, sapori e colori: Norman Oppenheimer (di lui sappiamo praticamente solo il nome) nuota sulla superficie di questo mare magnum, tesse reti complesse e interdipendenti, cercando tuttavia di tenersene lui stesso fuori. I legami che Norman stringe sembrano funzionali solo al benessere altrui: ma proprio quando uno di questi legami deborda (avvicinandolo al potere) lui rischierà di finirne schiacciato.

In tutto ciò, nonostante l’inevitabile focus sul suo protagonista, il film di Cedar disegna un bozzetto collettivo, divertito e caustico, con un tono che, dalla commedia acida, sfuma progressivamente verso il dramma. La scaltra naïveté del personaggio (ossimoro, quest’ultimo, che può essere compreso solo osservandolo) si innesta su un tessuto sociale che favorisce proprio la logica in cui lui si rivela più bravo: quella della connessione e interconnessione perenne, dei legami reticolari, dell’illusorio accorciamento delle distanze. Una logica che sopravviverà fin quando il modo disfunzionale in cui il personaggio la esprime non rischierà infine di stritolarlo.

Trailer:

PRO

Nonostante l’inevitabile ingombranza del protagonista, L’incredibile vita di Norman ha un’anima indie (frutto dei trascorsi del regista) che si sente e si vede. Il film segue il ritmo parossistico della dialettica del personaggio di Gere, si surriscalda con le sue esplosioni umorali, rallenta parallelamente alle sue incertezze e cadute; ma non dimentica mai, nel contempo, la dimensione collettiva, la pennellata acida su un macrocosmo sempre osservato con occhio divertito e disincantato. Visivamente, New York è sfondo significante ma anche co-partecipe della storia, i suoi edifici e luoghi-simbolo (il negozio di scarpe da cui ha origine praticamente l’intera storia) si alternano ai vicoli, la sua sfolgorante facciata diurna lascia il posto alle luci al neon e alla malinconia avvertibile sottotraccia nel corso dell’intera storia. Il tema della connessione è plasticamente rappresentato da una sorta di split screen “virtuale”, in cui il quadro viene diviso in parti che sfumano l’una nell’altra, i cui confini restano solo intuibili: gli individui solo apparentemente si avvicinano, ma rimangono in realtà irrimediabilmente separati. L’efficace regia di Cedar, la sua abilità nel gestire un interprete ingombrante (che offre comunque una prova di grande spessore) senza oscurare le istanze del racconto, si sommano all’equilibrio tra l’anima indipendente del film e la sua necessità di parlare al grande pubblico. Un risultato visivamente e narrativamente di buona efficacia.

CONTRO

La sceneggiatura del film presenta, nelle sue fasi iniziali, un’ellissi non del tutto funzionale, in cui si sceglie di lasciare fuori campo lo sviluppo di quell’amicizia (quella tra il protagonista e il personaggio interpretato da Lior Ashkenazi) che diverrà poi fulcro portante della storia. Una scelta rischiosa e narrativamente troppo radicale, almeno per come ne vengono poi gestiti gli esiti: i successivi sviluppi della sceneggiatura, infatti, danno semplicemente per scontato un legame di cui non abbiamo potuto realmente apprezzare la portata. In questo, l’efficacia drammaturgica di tutti i successivi sviluppi della storia ne viene parzialmente sacrificata (ma per fortuna non in modo decisivo).

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Marco Minniti

 
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