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Total Score
 
 
 
 
 
3.5/ 5


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Pro


Visivamente elegante, ben messo in scena e interpretato, con uno sguardo interessante, e decentrato, su un'icona senza tempo.

Contro


Un interprete come Pattinson non sembra del tutto a suo agio nell'interpretare il co-protagonista. Alcuni personaggi secondari, e alcune sottotrame, non trovano forse il dovuto approfondimento.


In breve

Los Angeles, 1955: durante un party per la presentazione del film La valle dell’Eden di Elia Kazan, il fotografo della rivista Life Dennis Stock incontra il giovane (e allora sconosciuto) James Dean. Stock resta subito colpito dal modo di fare e dall’irrequietezza insita nel volto, e nella figura, del giovane interprete: intravedendo il divo dietro l’uomo, e intuendo che con Dean si andava profilando una concezione interamente nuova del divismo, il fotografo preme con la sua agenzia perché gli si lasci realizzare un servizio fotografico sull’attore. Malgrado le resistenze iniziali dei suoi responsabili, Stock ottiene infine il via libera: il fotografo seguirà così Dean prima a New York, e successivamente nell’Indiana, sulle tracce di un’idea, e di un’indefinibile inquietudine, che ai suoi occhi rendono unico quell’attore ventiquattrenne. Ne risulterà la messa a rischio del suo matrimonio e della sua vita personale, litigi e tensioni a non finire con l’irrequieto attore, ma anche una nuova amicizia; e, in prospettiva, un lavoro destinato a fare la storia, che avrebbe documentato l’ascesa di un’icona tragica.

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Posted 7 ottobre 2015 by

 
Recensione completa
 
 

Non nuovo alla dimensione del biopic, e al racconto di personaggi tragici e controversi (il suo esordio, nel 2007, fu Control, ritratto del leader dei Joy Division Ian Curtis) Anton Corbijn sceglie ora con Life di puntare il suo obiettivo su una delle più popolari icone d’America. Difficilmente, infatti, si può pensare a un personaggio che meglio rappresenti il passaggio tra una fase e l’altra del secolo scorso, a livello di costumi e mentalità, della figura di James Dean; e difficilmente si può immaginare un’icona più contraddittoria e (tuttora) difficile da leggere, capace di incarnare con uguale pregnanza il sogno e la sua negazione, l’innocenza e la corruzione da establishment, il modo di fare schivo e la voglia di essere comunque sotto i riflettori. La meteora, folgorante, fugace quanto immortale, di James Dean, non cessa di affascinare e stimolare a nuove letture e interpretazioni; e il regista olandese, su una sceneggiatura di Luke Davies, sceglie di rileggerne da un’ottica inedita il privato.

L’amicizia col fotografo Dennis Stock avrebbe infatti immortalato Dean in uno dei suoi scatti più celebri (mentre cammina in una piovosa Times Square); ma avrebbe anche cercato di svelare, attraverso il potere evocativo della fotografia, un po’ del suo mistero. Corbijn prova così, attraverso i mezzi del cinema, ad esplicitare ciò che restava implicito in quel set di foto, a gettare un po’ di luce sulla vita di un individuo sfuggente tanto da vivo, quanto dopo la sua morte; la cui esistenza avrebbe tuttavia inciso indelebilmente sulla cultura americana del XX secolo. Nel difficile ruolo principale, un sorprendente Dan DeHaan (Kill Your Darlings, The Amazing Spider-Man 2), mentre il fotografo viene interpretato da un Robert Pattinson altrettanto inquieto, più che mai vampiresco nel suo scopo di carpire, per nutrirsene, frammenti di anima.

Trailer:

PRO

Corbijn da sempre lavora con i generi classici (il noir di The American, la spy story de La spia – A Most Wanted Man) e con le icone (quella di Curtis in Control, quella, destinata a imprimersi di lì a poco nell’immaginario collettivo, di Philip Seymour Hoffmann nello stesso A Most Wanted Man): in questo biopic, che mescola dimensione pubblica e privata di un mito americano, il regista porta avanti su entrambi i fronti il suo personale discorso. Life, con stile ed eleganza, prova a scavare a fondo nella vita del suo oggetto facendo un percorso a ritroso, dall’assolata e caotica California all’inquieta New York, fino alle radici rurali e al calore familiare dell’Indiana. Quello del regista olandese, artista visuale prima che cineasta (è stato, lui stesso, fotografo per riviste di spettacolo, oltre che regista di videoclip) è un approccio che non vampirizza il suo oggetto di indagine come fa, nella diegesi, il suo alter ego interpretato da Pattinson; piuttosto, resta lateralmente ad esso, lo scruta con discrezione cercando di inquadrarlo nel suo contesto. In questo, la sua ricerca offre più di una suggestione: quella principale risultando essere il carattere in fondo intimamente conservatore dell’inquietudine di Dean. Una determinazione, legata a doppio filo all’infanzia, a risalire alle radici della propria esistenza, al calore familiare e alla condivisione comunitaria, a un’esistenza che chiede visibilità (e riconoscimento) senza farsi schiacciare dalle luci della notorietà. L’elaborata fotografia del film (e in particolare la calda penombra degli interni di casa Dean, nell’Indiana) restituisce al meglio la ricerca alla base del film, unita all’ottima caratterizzazione di Dan DeHaan (che si affida al suo volto efebico, e alla sua dizione strascicata).

CONTRO

Dopo i progressi in titoli come Cosmopolis e Maps To The Stars, e in attesa di vederlo nell’herzogiano Queen of The Desert, Robert Pattinson sembra fare qui un piccolo passo indietro nel tentativo di rendere il carattere di Dennis Stock. Il suo volto fisso, e i lineamenti squadrati, non trovano quasi mai la giusta misura per esprimere la tesa inquietudine, le pulsioni contrapposte alla ricerca (quella, inevitabilmente destinata a non concludersi, a fianco di Dean) e a una vita borghese già compromessa, incarnata dal dissestato rapporto con la sua famiglia. Proprio quest’ultimo ha, nel film, uno spazio probabilmente troppo limitato, sacrificato com’è dalla dimensione intimamente duale dello script: tutta concentrata sul rapporto di attrazione/repulsione tra i due protagonisti. Allo stesso modo, su alcuni episodi della stessa vita di Dean (primo tra tutti, il suo rapporto con l’attrice italiana Anna Maria Pierangeli) si sceglie di sorvolare forse oltre il dovuto, rendendoli unicamente funzionali alla costruzione del suo rapporto col fotografo.

Va inoltre detto (ma non è questo un difetto, quanto piuttosto una precisa scelta di campo) che chi cercasse un ritratto a tutto tondo, esaustivo, della figura di James Dean, sarebbe inevitabilmente destinato a restare deluso: il film si concentra infatti su un preciso periodo (l’ultimo anno) della breve vita del divo, scegliendo il filtro della sua amicizia con Stock e adottando, come si è detto, uno sguardo piuttosto discreto, fatto di suggestioni più che di dichiarazioni esplicite.

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Marco Minniti

 
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