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LETTERE DA BERLINO

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
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3/ 5


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Pro


Ben diretto, elegante nella messa in scena, efficace nel narrare in forma di thriller una vicenda ambientata in uno dei periodi-chiave della storia contemporanea.

Contro


Quando cerca di allargare il suo sguardo e di farsi spaccato sociologico e d’epoca, il film diviene molto meno efficace. Il personaggio interpretato da Brühl è poco credibile nella sua evoluzione.


In breve

Berlino, 1940: mentre l’Europa è in guerra, la capitale tedesca è invasa dai simboli e dalla retorica del potere nazista. I coniugi Otto ed Anna Quangel, entrambi iscritti al partito di Adolf Hitler, ricevono la notizia della morte del loro unico figlio Hans al fronte: da quel momento, i due si dedicano anima e corpo alla diffusione di un gran numero di messaggi scritti su cartoline postali, volti a mettere a nudo le falsità della retorica nazista. In poco tempo, le cartoline invadono le strade e i punti nevralgici della capitale tedesca, mandando in crisi il corpo di polizia locale. Pressato dai suoi superiori, e dallo stesso comando delle SS, l’ispettore Escherich cerca di immedesimarsi nell’autore delle cartoline, sperando di arrivare a bloccarne la diffusione.

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Posted 13 ottobre 2016 by

 
Recensione completa
 
 

Già facente parte del concorso della Berlinale 2016, giunge ora nelle sale italiane questo Lettere da Berlino, nuova opera del regista svizzero (di madre tedesca) Vincent Pérez. Un film, quello di Pérez, che affronta il tema (poco battuto dal cinema) della resistenza tedesca al regime di Hitler, ispirandosi al romanzo d’epoca di Hans Fallada Ognuno muore solo. Il romanzo di Fallada, a sua volta tratto da una storia vera, e già elogiato da Primo Levi, viene trasformato da Pérez in un thriller politico, in cui la società tedesca dell’epoca, e l’onnipresenza del potere nazista, vengono riletti attraverso il dualismo tra i coniugi Quangel (Hampel nella loro versione reale) e l’investigatore che si mise sulle loro tracce.

Lo spaccato sociologico d’epoca, quindi, è filtrato attraverso un approccio “di genere” alla materia, che ha nella componente tensiva, quella della vera e propria partita a scacchi ingaggiata tra l’investigatore e i due oppositori al regime, il suo motivo principale. Un modo di narrare che asciuga volutamente la componente melodrammatica della vicenda (ridotta a una love story sui generis tra i due anziani coniugi), ne limita la portata retorica e declamatoria, e punta a rappresentare l’impatto del regime sulla vita dei cittadini parlando direttamente ai nervi dello spettatore. L’immedesimazione spettatoriale è favorita dall’uso di volti noti nei ruoli principali, dai due efficaci protagonisti Brendan Gleeson ed Emma Thompson, alla problematica figura dell’ispettore interpretato da Daniel Brühl.

Trailer:

PRO

Incentrato su un tema poco battuto, come quello dell’opposizione tedesca al regime di Hitler, Lettere da Berlino ha dalla sua una certa eleganza nella messa in scena, e una struttura da thriller che favorisce in modo semplice e immediato l’identificazione spettatoriale. L’aver voluto approcciare la storia attraverso un’ottica “di genere” ha permesso a Pérez di non realizzare un mero pamphlet, e di dribblare i rischi di un approccio smaccatamente melodrammatico alla vicenda (sempre presenti, visto l’innesco narrativo rappresemtato della morte del figlio della coppia). Solido nella regia, efficace dal punto di vista della tensione narrativa, ben organizzato in un efficace climax emotivo, il film si giova delle ottime prove di Brendan Gleeson ed Emma Thompson, che approcciano attraverso il non detto e l’understatement i loro dolenti personaggi.

CONTRO

Ben costruito nella struttura, efficace nella delineazione del microcosmo dei due protagonisti, il film di Pérez non convince quando cerca di allargare lo sguardo, fino a farsi spaccato sociologico e ritratto d’epoca. La rappresentazione dell’orrore nazista, della pervasività di un regime totalitario, resta tutta esteriore, scolastica, risaputa. Manca la capacità di scavare a fondo, di analizzare la società tedesca dell’epoca, di rendere nei singoli personaggi la portata del virus che infettò il cuore della società, diffondendosi indifferentemente a tutte le classi sociali. Manca, insomma, un’efficace delineazione del contesto: un contesto che, dato il tema del film, diviene elemento fondamentale della sua narrazione. Se Daniel Brühl, da parte sua, fa il possibile per dare corpo e anima alla problematica figura dell’ispettore, è il suo personaggio a presentare evidenti limiti di concezione: burattino nelle mani del regime prima, sadico assassino poi, antinazista redento alla fine. La gradualità di una trasformazione, e di un’ipotetica presa di coscienza, restano nel film solo sulla carta. Per questi motivi, questo Lettere da Berlino resta soltanto un elegante thriller d’epoca, che tuttavia fallisce nel suo obiettivo più ambizioso: quello di approcciare uno dei momenti-chiave della storia contemporanea attraverso un’ottica diversa e personale.

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Marco Minniti

 
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