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LEGEND

 
Regia
 
 
 
 
 


 
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Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
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Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
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3/ 5


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Pro


Visivamente curato, dal taglio classico nella vicenda che narra, fonte di curiosità per una vicenda e un periodo poco battuti dal cinema.

Contro


Mancante del respiro e del passo necessari, eccessivamente adagiato sui suoi pregi visivi e sulla doppia interpretazione di Tom Hardy.


In breve

Londra, anni ’60. Per le strade di una metropoli in cui sfarzo e degrado convivono, si fa strada il potere criminale dei fratelli Kray: Reggie, ex pugile freddo, controllato, razionale ma spietato; Ronnie, sociopatico e violento, mentalmente instabile, più temuto che rispettato da amici e nemici. Gemelli, eppure diversi e complementari. Dopo l’uscita dal carcere di Ronnie, il potere dei due si consolida ed espande: la East London diventa base e teatro delle loro scorribande, la scalata al mondo criminale il loro obiettivo. Nel frattempo, Reggie conosce e si innamora di Frances Shea, una ragazza del suo quartiere: i due si sposano, e l’uomo promette di rigare dritto e di tenere a bada le intemperanze del fratello. La tranquillità appena acquisita, tuttavia, si rivela solo un illusione: Ronnie, infatti, uccide a sangue freddo George Cornell, socio del potente gangster Charlie Richardson, con cui i due avevano stretto un’alleanza. La guerra sarà inevitabile, mentre la morsa dell’indagine dell’ispettore di polizia “Nipper” Read si stringe intorno ai due fratelli…

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Posted 27 febbraio 2016 by

 
Recensione completa
 
 

Il gangster movie occidentale, negli ultimi anni, continua a nutrirsi con sempre maggior costanza di una classicità che sfiora (e in certi casi oltrepassa) la maniera. Se nel cinema americano abbiamo avuto l’esempio recente dei film di Scott Cooper (Il fuoco della vendetta, e soprattutto il successivo Black Mass), sul fronte inglese la tendenza viene confermata, e rinverdita, da prodotti come questo Legend. Come per il recente film di Cooper, l’ispirazione è qui in una vicenda reale: l’ascesa nel mondo del crimine organizzato dei fratelli Kray, capi di un’organizzazione criminale britannica dell’East End di Londra tra gli anni ’50 e ’60. Analogamente, sono evidenti i modelli a cui il film di Brian Helgeland sembra guardare: le storie di ascesa e caduta di quasi un secolo di parabole criminali (da Nemico Pubblico a Il padrino), la respingente e a suo modo consolatoria epica americana di antieroi (in)vulnerabili, traslata in un contesto distinto (ma collegato) come quello britannico dei sixties. Analoghe, anche, le modalità di rappresentazione: una cura scenografica minuziosa, un’accattivante e fosca resa degli esterni, l’utilizzo di volti e corpi noti (Johnny Depp lì, Tom Hardy qui) abilmente trasfigurati. Una figura, quella di Hardy, che qui si sdoppia, arrivando persino a descrivere due personalità antitetiche, ancorché complementari. Come da norma del genere, troviamo inoltre una love story impossibile e destinata in partenza alla tragedia, quella del fratello più razionale con la Frances interpretata da Emily Browning.

Trailer:

PRO

Il film di Helgeland, visivamente molto curato, ha il merito di utilizzare un canovaccio-tipo che, con minime variazioni, abbiamo visto più volte rappresentato al cinema. L’ascesa e caduta di una personalità criminale rappresenta un topos che il regista riesce a trasportare, col minimo sforzo, in un contesto poco battuto dal cinema (e per questo tanto più attraente) come quello della East London dei primi anni ’60. La vicenda dei fratelli Kray, e la carica “mitica” che la loro presenza sul palcoscenico criminale portò con sé, sono naturale fonte di fascino per lo spettatore digiuno della vicenda; mentre le suggestioni psicanalitiche (pur semplificate) di cui il soggetto si carica, riescono a coinvolgere e irretire l’appassionato del genere. Va inoltre aggiunta la curiosità di vedere un interprete versatile (e in ascesa) come Tom Hardy, alle prese con un doppio ruolo impegnativo, tanto fisicamente quanto a livello puramente espressivo.

CONTRO

Rispetto al discreto Black Mass (pellicola con cui condivide molte caratteristiche) Legend manca del “passo” e del respiro necessari, adagiandosi in modo eccessivo sulla sua resa visiva, e sulle capacità (non sempre sfruttate al meglio) del suo protagonista. La rappresentazione iperrealistica della Londra degli anni ’60, la sua consistenza cupa e fumosa, la granulosa resa fotografica dei sobborghi cittadini, non trovano il loro contraltare in una vicenda narrativamente zoppicante, infarcita di episodi secondari e complessivamente mancante di ritmo. Se il titolo suggerisce l’ambizione a un respiro epico per la vicenda dei fratelli Kray, l’obiettivo è ben lungi dall’essere stato raggiunto: il film incespica al contrario in una narrazione che, indecisa se dare risalto alla dimensione pubblica (e mediatica) della vita dei due fratelli, o alle sue implicazioni più intime, resta sospesa in una sorta di terra di mezzo. Problematica, seppur non priva di motivi di interesse, è infine la doppia interpretazione di Hardy: la sua prova nei panni dello psicopatico Ronnie, infatti, appare tanto marcata nella resa delle idiosincrasie del personaggio, talmente smaccatamente sopra le righe, da perdere presto in misura e credibilità. Un limite che, più che all’ottimo interprete britannico, va imputato a una sceneggiatura che sembra affidarsi in misura eccessiva alle sue doti attoriali.

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Marco Minniti

 
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