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LEATHERFACE

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
4/ 5


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Pro


Prequel ben scritto e diretto, intelligente nel mostrare, nella “formazione” di un mostro, un male pervasivo ma inevitabilmente umano e contingente.

Contro


I fans “duri e puri” della saga potrebbero non apprezzare la forte dimensione psicologica della storia, così come la scelta di umanizzazione del personaggio.


In breve

Dopo l’ennesima morte sospetta avvenuta nella fattoria dei Sawyer, la polizia ordina che il piccolo Jed sia sottratto alla famiglia e portato in una struttura psichiatrica, riservata al trattamento dei figli di famiglie criminali. Anni dopo, la madre Verna viene a reclamare l’affido di Jed con un’ingiunzione del tribunale, ma al giovane è stato cambiato nome, e il responsabile dell’ospedale rifiuta di rivelarne l’identità. Nel frattempo, il caos legato all’arrivo di Verna fornisce a quattro giovani prigionieri l’occasione di fuggire dall’ospedale, prendendo in ostaggio una giovane infermiera. I quattro fuggitivi iniziano una corsa attraverso il Texas, guidati dalla violenta coppia formata dai giovani Ike e Clarice. Sulle loro tracce si mette il poliziotto Hal Hartman, reso folle da un antico desiderio di vendetta contro i Sawyer, e convinto che dietro uno dei quattro si celi in realtà il giovane Jed…

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Posted 15 settembre 2017 by

 
Recensione completa
 
 

La recente scomparsa di Tobe Hooper, nome simbolo dell’horror anni ‘70 e ‘80 e creatore dell’originale Non aprite quella porta, rappresenterà certo un (triste) viatico per questo nuovo Leatherface, ottavo film (in ordine di tempo) della saga dedicata alla folle famiglia Sawyer. Un film, quello diretto dai francesi Julien Maury e Alexandre Bustillo (al loro attivo tre horror, tutti diretti in tandem, che li hanno già imposti all’attenzione della critica specializzata), che rappresenta il secondo prequel del film originale del 1974, e che segue il poco felice (ma commercialmente fortunato) Non aprite quella porta 3D. Un film, quello dei due cineasti francesi, che come annuncia il titolo vuole esplorare la “formazione” del più iconico membro della famiglia, quello che (inevitabilmente) si è più impresso nell’immaginario di spettatori e fans.

Tra lo slasher horror e il thriller on the road, questo Leatherface recupera l’immaginario della saga in una forma ancora embrionale, mostrando gli anni di “esordio” di una famiglia già folle, e di un contesto rurale già presentato come inesorabilmente contaminato dal Male. La sceneggiatura situa il film in un territorio di mezzo tra la polverosa e malata epica de La casa del diavolo di Rob Zombie (a sua volta imparentato col classico originale di Hooper) e il prequel/remake di Halloween del 2007, sempre diretto dal regista/musicista americano. Con quest’ultimo, il film di Maury e Bustillo rivela una parentela nel proposito di esplorazione delle origini del male, in una sua problematica umanizzazione pensata allo scopo di renderne ancora più respingenti gli esiti.

Il risultato è un road movie horror in cui lo spettatore fa fatica a prendere una parte netta, mostrandosi entrambi gli schieramenti in gioco (i quattro fuggitivi e le autorità che li inseguono, incarnate dal poliziotto col volto di Stephen Dorff) capaci di atrocità oltre ogni possibile accettazione.

Trailer:

PRO

Nuovo installment in una saga ormai quarantennale, che sembrava avviata (almeno qualitativamente) a un inevitabile tramonto, Leatherface si è rivelato al contrario una bella sorpresa, riuscendo a recuperare la malata atmosfera originale senza ricalcarne pedissequamente i cliché. Il film gioca sul sottile crinale tra la rappresentazione del Male quale entità pervasiva, e quindi difficile da sostanziare in un volto e in una forma umani, e il suo “assorbimento” in un preciso tessuto sociale (quello delle campagne texane degli anni ‘70) così come nella mente sconvolta di un ragazzino. In questo dualismo tra natura trascendente e contingente del Male, sostanziato in un volto e in un corpo destinati a trasformarsi nel mostro che la storia del cinema ci ha consegnato, sta uno degli elementi più interessanti del film, che la sceneggiatura riesce a gestire con equilibrio e intelligenza. In tutto ciò, il film riesce anche a smarcarsi da quel certo grado di prevedibilità di quello che resta (pur sempre) un prequel, con soluzioni narrative efficacemente spiazzanti; tali da rendere ancor più credibile la “formazione” di un’icona horror ormai fissatasi nell’immaginario collettivo.

CONTRO

La scelta (a nostro avviso vincente) di “umanizzare” in modo spinto il mostro, esplorandone le motivazioni e analizzandone a fondo la follia, potrebbe non essere gradita agli appassionati della saga originale, animata da un orrore tanto sanguigno quanto (per sua natura) poco improntato alla mediazione razionale. L’introduzione di una dimensione psicologica all’orrore potrebbe lasciare spiazzati i fans “duri e puri” del franchise, abituati a una concezione del genere più grafica (la violenza, qui, non sconfina mai in un gore gratuito e privo di giustificazioni) e in certa misura più ludica.

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Marco Minniti

 
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