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LE RICETTE DELLA SIGNORA TOKU

 
le ricette della signora toku
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Scheda
 

Genere:
 
Regista:
 
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Sceneggiatura:
 
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Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
4/ 5


User Rating
7 total ratings

 

Pro


Melodramma sussurrato, lirico, pregnante quanto capace di rivolgersi a un pubblico più vasto possibile.

Contro


Chi è abituato all'approccio più libero e simbolico dei precedenti lavori della regista potrà forse restare deluso.


In breve

Sentaro gestisce un piccolo chiosco che vende dorayaki, dolci ripieni di una speciale marmellata di fagioli detta an. L’uomo, che ha preso in gestione il locale per ripagare un vecchio debito, conduce una vita solitaria, scambiando di tanto in tanto qualche parola solo con Wakana, una ragazza introversa a cui regala i dolci non perfettamente riusciti. Un giorno, nel chiosco si presenta Toku, un’anziana signora che si offre di aiutarlo in cucina. Sentaro è dapprima perplesso dall’offerta della donna, ma si convince ad assumerla quando assaggia il suo an: con la ricetta di Toku, i dorayaki acquistano magicamente un altro sapore. Ben presto, il locale di Sentaro si riempie di clienti, mentre tra lui e Toku nasce un rapporto speciale: una sintonia grazie alla quale entrambi avranno modo di rivelare il proprio, doloroso, passato.

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Posted 7 dicembre 2015 by

 
Recensione completa
 
 

Presentato nella sezione Un certain regard dell’ultimo Festival di Cannes, Le ricette della signora Toku (in originale semplicemente An) segna l’esordio della regista Naomi Kawase in un adattamento letterario. La fonte della sceneggiatura è infatti un romanzo dello scrittore giapponese Durian Sukegawa; per una vicenda che comunque ben si adatta ai temi usuali della regista, in bilico tra l’esplorazione delle tematiche familiari e quella delle trasformazioni (ambientali e sociali) della moderna società giapponese. Nel chiosco al centro della storia troviamo l’incontro e il confronto tra le vicende personali di Sentaro, Toku e Wakana; accomunate dallo smarrimento personale e da una solitudine accentuata dai rapidi cambiamenti sociali, frutto dello sfaldarsi delle relazioni comunitarie e dei legami primari nel tessuto sociale cittadino. Lo sguardo della regista, normalmente al confine tra il cinema di fiction e un approccio quasi documentaristico, si adegua qui al formato più classicamente narrativo della vicenda; non rinunciando tuttavia all’insistenza (sottolineata dai dialoghi) sui dettagli ambientali, sulla giustapposizione tra le vie cittadine e l’isolata zona rurale in cui vive Toku, sull’attento e quasi magico processo di preparazione della salsa di fagioli da parte dell’anziana signora. In una vicenda tanto intima quanto breve, la cui fugacità è sottolineata dalla metafora dei fiori di ciliegio, che scompaiono con la stessa rapidità con cui colorano, al culmine della loro fioritura, le strade delle città nipponiche.

Trailer:

PRO

Melodramma pudico, che si esprime quasi sottovoce, Le ricette della signora Toku (non era proprio possibile scegliere un titolo italiano meno fuorviante?) affascina proprio per il suo approccio all’insegna dell’understatement. Tanto sono visivamente esplicite e magnetiche le immagini che la Kawase porta sullo schermo, quelle delle vie cittadine e dei boschi intorno al paese in cui vive Toku, i dettagli dell’acqua dei ruscelli, della luna e dei fiori di ciliegio, tanto è sussurrata la vicenda dei tre protagonisti; in un contrappunto continuo che invita lo spettatore a entrare nelle vicende dei tre con garbo, senza forzature o indebiti ricatti emotivi. Le simbologie di cui il film fa uso (i fiori di ciliegio, il percorso dei fagioli raccolti e lavorati dalla protagonista) sono di facile leggibilità anche per lo spettatore occidentale; in un approccio che si preoccupa (e qui non è un male) di arrivare alla più larga fascia di pubblico possibile. Seguendo una sceneggiatura equilibrata e ricca di sostanza, la regista sottolinea con intelligenza (senza mai cadere nel didascalismo) i momenti emotivamente più pregnanti della storia, affidandosi anche all’abilità, e al buon affiatamento, dei tre interpreti principali.

CONTRO

Si può imputare forse alla Kawase di aver in parte normalizzato il suo sguardo, adattandolo al formato di una trasposizione letteraria, e svuotandolo in certa misura del suo approccio più personale. Gli spettatori abituati al lirismo (più libero e simbolico) di opere come il recente Still The Water, potranno forse restare delusi da questa svolta. Delusione che potrebbe insorgere anche in chi, al contrario, cercasse un approccio più diretto ed esplicito al melodramma, che aggredisca lo spettatore anziché invitarlo con garbo ad entrare nella vicenda. Anche alle prese con una storia dal taglio più classico, trasposta sullo schermo guardando a una platea più vasta, la Kawase evita i toni espliciti, le emozioni sfacciate, l’attitudine facilmente ricattatoria. Il suo resta un ritratto umano in chiaroscuro, aspro nei temi quanto sussurrato, che arriva facilmente al suo terminale, ma tende poi a lavorare sottopelle.

GALLERY

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Marco Minniti

 
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