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LA VERITA’ NEGATA

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
3.5/ 5


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Pro


Film che fonde bene le esigenze spettacolari e quelle divulgative, forte di una sceneggiatura equilibrata, di una buona regia e di tre notevoli interpreti.

Contro


Il film scivola a tratti nel gusto retorico, con una colonna sonora spesso invadente. Manca inoltre l’approfondimento di alcuni importanti elementi (quali l’esclusione dal processo dei sopravvissuti).


In breve

1994: la presentazione del libro “Denying the Holocaust”, scritto dalla storica della Shoah Deborah Lipstadt, provoca la sdegnata reazione di John Irving, noto negazionista dell’Olocausto. Il saggista accusa apertamente di diffamazione la Lipstadt, che nel suo libro lo aveva dipinto come un bugiardo, abituato a piegare la realtà alla sua visione ideologica della storia. Irving si rivolge così a un tribunale di Londra, citando in giudizio la studiosa: poiché, secondo il codice penale britannico, l’onere della prova spetta all’accusato, il processo si trasforma in una meticolosa ricostruzione degli eventi occorsi nei campi di concentramento nazisti, volta a confermare l’autenticità di una delle più grandi tragedie della storia.

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Posted 22 ottobre 2016 by

 
Recensione completa
 
 

Regista parco nella produzione, autore negli anni ‘90 di blockbuster quali Guardia del corpo e Vulcano – Los Angeles 1997, Mick Jackson torna al cinema con un’opera che fonde due generi ben codificati, quali il dramma processuale e il film di denuncia sull’Olocausto. Questo La verità negata (in originale un più secco Denial), tratto dal saggio di Deborah Lipstadt History on Trial: My Day in Court with a Holocaust Denier, racconta il reale processo che vide opposti la Lipstadt, storica di fama internazionale, al negazionista David Irving, che la citò in giudizio per diffamazione. Il processo, che si protrasse per cinque anni, si trasformò in una paradossale opera di conferma, con tutti gli strumenti della scienza forense, di un evento che la storia aveva già classificato come l’emblema di tutti i genocidi.

Tutto incentrato sul dualismo, tecnico e di sostanza, tra due differenti approcci al processo (quello emotivo e idealista della Lipstadt, quello freddo e tecnico del suo legale Richard Rampton), La verità negata è un film che si interroga sulla storia e sull’intrinseca fragilità della sua scrittura, sulla necessità di un lavoro incessante da parte delle istituzioni che preservi tanto l’integrità (e la correttezza) delle informazioni storiche, quanto i giudizi che da esse derivano. Le due differenti attitudini si esprimono nelle prove attoriali di Rachel Weisz e Tom Wilkinson nei ruoli dell’accademica e dell’avvocato, mentre a vestire i panni di Irving si trova a un istrionico e inquietante Timothy Spall, a dar vita a una figura repulsiva quanto ben delineata.

Trailer:

 

PRO

Un po’ a sorpresa, visti i non eclatanti trascorsi del regista, La verità negata risulta un film non privo di rigore, che riesce a conciliare complessivamente bene le esigenze dello spettacolo e quelle divulgative. Trattando un soggetto a forte rischio di ricatto emotivo, il regista tiene quasi sempre dritta la barra dell’intrattenimento intelligente, non cede alle trappole della retorica, e riesce a confezionare un prodotto equilibrato; un’opera in cui il dualismo tra i due punti di vista intorno ai quali si articola la vicenda (quello della storica e quello dell’avvocato) viene sviscerato al meglio, senza una smaccata presa di posizione. Opera innanzitutto d’attori e di scrittura (perfetti tutti e tre i protagonisti, anche se alla lunga a venir fuori è l’istrionismo di Spall), il film di Jackson si giova di un’ottima regia e di un’intelligente gestione del montaggio, che fa in modo che il ritmo narrativo, sempre molto sostenuto, non presenti sostanziali cadute.

CONTRO

Un commento musicale a tratti invadente, e qualche inopinato scivolone nella retorica (in particolare in un dettaglio del prefinale) rompono l’equilibrio e il rigore che il film, per gran parte della sua durata, mantiene. Se è giusto mantenere una posizione neutra (data la problematicità, anche etica, del tema) sulla sequenza della visita del collegio difensivo ad Auschwitz (scena comunque centrale nella costruzione narrativa del film) va detto che alcune sovrastrutture inutili (quale la breve parentesi onirica che coinvolge la protagonista, durante la deposizione di Irving) finiscono per stonare con l’atmosfera del film. Si poteva inoltre dare maggior peso, e maggiore approfondimento, alla dolorosa decisione da parte del team di avvocati di non dare voce ai sopravvissuti ai lager: un motivo presentato come problematico, dalle grandi potenzialità narrative, che tuttavia il film risolve, un po’ affrettatamente, in due singoli confronti tra la protagonista e una donna sopravvissuta.

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Marco Minniti

 
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