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LA VEDOVA WINCHESTER

 
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Scheda
 

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Soggetto
 
 
 
 
 


 
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Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
3/ 5


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Pro


Horror dalla buona confezione, efficace nelle scenografie e in alcune soluzioni di sceneggiatura, impregnato di un’inquietudine figlia in gran parte del fascino del suo soggetto.

Contro


Il film soffre di scarsa originalità, e osa poco sul fronte della regia, limitandosi a una messa in scena corretta quanto anonima, costellata di spaventi efficaci ma risaputi.


In breve

San Jose, California, 1906. L’ereditiera Sarah Winchester, moglie del defunto William Winchester (proprietario del colosso che produce armi da fuoco) è caduta in una profonda depressione dopo la morte di suo marito e di sua figlia. La donna è infatti convinta che una maledizione abbia colpito la sua famiglia per i morti causati dalle loro armi da fuoco: così, Sarah ha costruito un’enorme casa, che viene ampliata costantemente, giorno e notte, con lo scopo di contenere le anime di quei morti di morte violenta di cui ritiene la sua famiglia responsabile. Il consiglio di amministrazione della Winchester, delle cui azioni Sarah detiene il 51%, vorrebbe escludere la donna dalla gestione dell’azienda, reputandola mentalmente instabile: gli azionisti incaricano così lo psichiatra Eric Price di trasferirsi per un periodo di tempo nella magione, sottoponendo Sarah a una serie di visite, e stilando una relazione sulla sua salute mentale. Quando Price si stabilisce nella residenza, trova un’atmosfera lugubre: di questa, il giovane nipote della donna, Henry, sembra essere l’inspiegabile catalizzatore…

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Posted 19 febbraio 2018 by

 
Recensione completa
 
 

Diviso tra storia e leggenda (con un’ovvia prevalenza della seconda), questo La vedova Winchester si aggancia ad una feconda tradizione dell’horror occidentale (quella della ghost story di stampo gotico) che negli ultimi anni, tuttavia, è apparsa un po’ in debito d’ossigeno. Al di là della colta rilettura del filone operata da Guillermo Del Toro col suo Crimson Peak, e di qualche estemporaneo rifacimento di cult del passato (si pensi a The Woman in Black, del 2012) sono stati pochi infatti i tentativi di recupero filologico di un genere che dalla letteratura ha contaminato il cinema fin dalla sua nascita, ma che da tempo viene messo da parte in favore di visioni (e spaventi) più contemporanei. Tuttavia, per le suggestioni che porta con sé, e il suo legame con la storia americana tout court, la vicenda di Sarah Pardee Winchester si proponeva come particolarmente adatta a una trattazione cinematografica, che ne sviscerasse il supposto lato occulto.

Co-produzione statunitense/australiana, girata in parte a Melbourne, in parte nella San Jose che fu teatro dell’ultima parte della vita della protagonista, il film è scritto e diretto dai fratelli Michael e Peter Spierig, gemelli australiani che in passato furono capaci di esplorare tanto l’horror contemporaneo (Undead, Saw Legacy) quanto la science fiction futuristica (Predestination). Alle prese con una vicenda complessa e affascinante, legata in parte al DNA della nazione americana (le armi da fuoco e il loro ruolo), e con una personalità che porta in nuce, in sé, una notevole carica misterica, i fratelli Spierig mescolano realtà storica e suggestioni letterarie, oscure discese nei meandri della psiche (quella della protagonista col volto di Helen Mirren, ma anche quella dell’attonito psichiatra interpretato da Jason Clarke) ed escursioni ultraterrene.

La messa in scena punta principalmente a massimizzare l’impatto della location della magione, con le sue architetture gotiche sottoposte a perenne rimodellamento, mentre la sceneggiatura costruisce una vicenda che, sulla realtà storica, innesta alcuni dei motivi più usuali del genere (il bambino come terminale – e vittima designata – del sovrannaturale, la coscienza personale quale generatrice di orrori): puntando, nei suoi propositi, a disvelare gradualmente le storie personali dei due protagonisti, e facendo delle presenze ultraterrrene, più che un mero generatore di orrore, una personificazione, consapevole, dei demoni interiori dei due personaggi.

Trailer:

PRO

Il soggetto de La vedova Winchester porta con sé un fascino di cui il film risulta impregnato, favorito in questo dalla sua buona confezione. L’ottima ricostruzione della magione, con le sue architetture fuori dall’ordinario e il suo costante senso di precarietà, restituisce al meglio il mood di una vicenda che si vuole sospesa tra realtà e incubo, quasi una materializzazione della mente allucinata della protagonista, in cui lo scettico psichiatra viene fatto entrare suo malgrado. Interessante si rivela anche la scelta della sceneggiatura di rivelare solo nel finale il background del personaggio interpretato da Jason Clarke, tracciando un efficace fil rouge con quello della Mirren: una riuscita favorita anche dalle buone prove dei due protagonisti. Vanno segnalati inoltre, tra i pregi del film, una fotografia di buona fattura, capace di massimizzare l’impatto visivo dato dagli interni della casa, oltre a un uso abbastanza parco, quasi sempre limitato all’essenziale, degli effetti digitali.

CONTRO

Il film dei fratelli Spierig ha il limite principale di non presentare particolari aspetti di originalità, sfruttando solo in parte le suggestioni del soggetto, e rileggendolo sotto un’ottica in fondo abbastanza risaputa (e prevedibile). In questo senso, alcuni elementi introdotti nel film (quali la scelta di fare del giovanissimo Henry la mira designata dell’entità malvagia) risultano abbastanza deboli e pretestuosi. A ciò, si può aggiungere una regia che, pur pulita, e capace quasi sempre di creare la giusta tensione, non osa mai abbastanza sul fronte dell’inquietudine, lasciando inutilizzato il potenziale allucinatorio delle scenografie, e limitandosi a inserire nei punti giusti gli efficaci (ma prevedibili) salti sulla sedia.

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Marco Minniti

 
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