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LA STANZA DELLE MERAVIGLIE

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
3.5/ 5


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Pro


Film pieno di potenzialità e fascino, dall’imponente costruzione visivo/scenografica, ottimamente recitato dai due giovani protagonisti.

Contro


Narrativamente slabbrato, il film risolve in modo troppo affrettato la tensione che aveva accumulato nella sua prima parte, avvicinandosi pericolosamente al kitsch.


In breve

1927: la piccola Rose, bambina sordomuta, scappa dall’opprimente tetto paterno per mettersi in cerca del suo idolo, l’attrice del cinema muto Lillian Mayhew. 1977: il dodicenne Ben, che ha da poco perso sua madre, lascia la sua casa in Minnesota per cercare suo padre, di cui sa pochissimo. In epoche diverse, entrambi i ragazzini esploreranno le strade di New York in un’avventura emozionante, destinata a cambiar loro la vita. Un filo sottile, che attraversa un cinquantennio di storia, li lega in modo decisivo.

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Posted 20 giugno 2018 by

 
Recensione completa
 
 

Distaccandosi dal melò, genere che pervadeva ogni fotogramma del suo precedente Carol, ma restando legato (seppur indirettamente) alla storia del cinema e alla sua evoluzione, Todd Haynes adatta qui un romanzo illustrato di Brian Selznick, autore che già aveva fornito al grande schermo il soggetto per Hugo Cabret di Martin Scorsese, e che qui firma di suo pugno la sceneggiatura. Questo la stanza delle meraviglie si candida ad essere, dal mero punto di vista visivo, uno dei film più elaborati e complessi dell’intera filmografia di Haynes, con una costruzione che accosta e giustappone due epoche, colte entrambe dal punto di vista di due ragazzini peculiari. Uno sguardo, quello a misura di bambino, che come in Hugo Cabret informa di sé tutto il film, e che di nuovo si lega al cinema, al fondamentale passaggio al sonoro, alle modificazioni percettive (ma anche alla “perdita di innocenza”) che tale cambiamento produsse.

Quella di Rose e Ben è una favola, che di tale forma narrativa ha le tappe, l’evoluzione, il gusto della ricerca e dell’avventura, gli alleati e gli antagonisti. Il montaggio del film alterna le fasi del viaggio dei due protagonisti senza farne coincidere pedissequamente i passaggi, ne scandaglia i punti di vista immergendosi a più riprese nella loro differenza sensoriale: facendo emergere dalla ricerca di Ben, che è guida principale per lo spettatore, i segni e i fili da riannodare, per ricostruire una storia che è quella di un cinquantennio di vita, segnata da dolore e difficoltà, ma anche da gioie da custodire e valorizzare. Una ricerca che vive principalmente sul volto dei due giovanissimi protagonisti, il già esperto Oakes Fegley (l’abbiamo visto ne Il drago invisibile, remake di un classico Disney) e dell’esordiente, e sorprendente, attrice sorda Millicent Simmonds (che, subito dopo, bisserà la sua performance nel suo altrettanto intenso ruolo per l’horror A Quiet Place).

Trailer:

PRO

Presentato a Cannes 2017, e ivi accolto da pareri contrastanti, La stanza delle meraviglie è un film dall’indubbio fascino visivo e contenutistico: un viaggio tra due epoche che ha il pregio di mantenere (in modo rigoroso) lo sguardo vergine, peculiare, ricco di meraviglia ma anche di profonde vertigini di paura, di senso sempre presente dell’oscurità, di due ragazzini alla ricerca del proprio posto nel mondo. Sorprende e ammalia la costruzione visiva del film, la giustapposizione tra la fotografia anni ‘70 che richiama (anche nella grana dell’immagine) il cinema di quel decennio, oltre ai suoi rituali e feticci, e quella della New York anni ‘20, col bianco e nero muto che fa da sfondo al viaggio privo di suoni della piccola Rose. In tutta la prima parte del film, Haynes carica di grandi aspettative e senso di meraviglia la ricerca dei due protagonisti, evitando di fare una sovrapposizione troppo netta dei rispettivi viaggi, ma servendosi degli stacchi di montaggio solo laddove questi siano narrativamente funzionali, generando sovente effetti di senso interessanti (ne è esempio una significativa scena ambientata nel museo). Ancora una volta, il film riesce a cogliere il legame profondo della poetica dell’autore col mondo del cinema, attraverso quello schermo (muto come il resto del suo mondo) che per la piccola Rose si fa porta e ingresso principale per l’inizio della sua ricerca.

CONTRO

Rispetto alle altre opere del regista, La stanza delle meraviglie finisce per lasciare allo spettatore un preciso senso di incompiutezza, la sensazione dolorosa di un’occasione sprecata. La tensione e il senso di attesa sapientemente accumulati nella prima parte del film, con la ricerca congiunta dei due protagonisti, finiscono infatti per diluirsi in modo stucchevole in una fase centrale troppo dilatata, contrassegnata da un personaggio (quello del piccolo Jamie) poco definito e funzionale nell’economia narrativa del film. Ci si attenderebbe che lo scioglimento dei nodi della trama provocasse un analogo scioglimento della tensione accumulata: ma la risoluzione del tutto appare troppo meccanica e affrettata, con un’esplicita divagazione/flashback che lascia perplessi (anche per le modalità con cui viene esplicata) e una ricomposizione che risulta veramente poca cosa rispetto alla quantità di suggestioni che il film aveva messo sul campo. Il film di Haynes, dalle grandi ambizioni e non privo di momenti visivamente sontuosi, finisce così per soffrire di limiti narrativi, di mancanza di armonia e compattezza, nonché di scelte che (nella sua seconda parte) stemperano la suggestione in un’emozione d’accatto, che nell’ultimissima immagine va pericolosamente vicino al kitsch.

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Marco Minniti

 
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