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LA SINDROME DI ANTONIO

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
2.5/ 5


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Pro


Film sincero, animato da un’innegabile urgenza di raccontare, non ricattatorio o facilmente enfatico nel tono.

Contro


Impostazione ed estetica da fiction generalista, dialoghi poco efficaci, interpreti principali sotto la media.


In breve

Settembre 1970: il ventenne Antonio Soris, sessantottino e idealista, parte da Roma alla volta di Atene, allo scopo di toccare con mano i luoghi che furono frequentati da Platone, di assaporarne le suggestioni, e magari di trovare la leggendaria caverna delle ombre che ispirò il mito del filosofo greco. Arrivato nella capitale, il giovane conosce Maria, una sua coetanea che lo guida attraverso le bellezze storiche e paesaggistiche del paese, con cui da subito instaura con una tenera complicità. Mentre il rapporto tra i due ragazzi si approfondisce, la televisione dell’albergo in cui risiede Antonio rimanda le immagini del regime dei colonnelli, che tiene soggiogato il paese: una tirannide le cui ricadute finiscono per farsi sentire anche sul viaggio, all’apparenza spensierato, di Antonio e Maria…

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Posted 18 novembre 2016 by

 
Recensione completa
 
 

Esordio nel lungometraggio di fiction per Claudio Rossi Massimi (già autore di documentari e conduttore radiotelevisivo RAI), tratto dall’omonimo romanzo scritto dallo stesso regista, La sindrome di Antonio potrebbe trarre in inganno per un titolo che rimanda mentalmente, in modo quasi automatico, ad una patologia. Il termine “sindrome” indica invece un’ossessione che, per il protagonista, si fa spinta positiva verso la scoperta, nonché verso la presa di contatto con la propria individualità e col proprio modo di rapportarsi al mondo. Quello di Rossi Massimi è un road movie che narra di un coming of age, di un amore impossibile che diventa reale nel breve tempo di un viaggio, di una “linea d’ombra” che ha il sottile sapore del rimpianto e della presa di contatto con un mondo che si scopre impossibile da cambiare.

A introdurre la narrazione del viaggio di Antonio e Maria, la voce fuori campo del vecchio amico del protagonista, Gino, a cui dà volto e corpo un veterano come Remo Girone. Tra passato e presente, tra la spinta ideale e utopica verso la trasformazione, e la dimensione privata di un viaggio che cambierà per sempre la vita del protagonista, i due ragazzi incontrano sulla loro strada una galleria di volti rappresentanti diverse età, condizioni sociali, appartenenze: tra questi, il loquace Vassilis, gestore della locanda col volto di Antonio Catania, la folle Lissa, donna che propone indovinelli sul senso della vita, il pittore Klingsor, in perenne attesa del ritorno della sua donna portata via anni prima dal mare. A quest’ultimo personaggio dà il volto un Giorgio Albertazzi alla sua ultima interpretazione (l’attore sarebbe scomparso di lì a poco), alla cui memoria è idealmente dedicato il film.

Trailer:

PRO

Si avverte la sincerità, e la genuina voglia di raccontare e raccontarsi, di questo esordio di Claudio Rossi Massimi. Un’urgenza che riesce a tratti a far dimenticare i difetti del film, e a trasmettere (specie nel finale) quel senso di rimpianto, di pienezza vivificata dalla memoria, che sempre accompagnano le ricognizioni sugli episodi “formativi” della gioventù. Quella di un viaggio a ritroso dentro sé, che diviene parallelo a un viaggio nella storia (quella antica, di Platone e del suo mito, e quella contemporanea del regime dei colonnelli) è un’idea narrativamente valida, che il film traduce in immagini che hanno la sottile patina (anche visiva) di un rimpianto mai smaccato, ma sempre modulato in un registro discreto, quasi pudico.

CONTRO

Nonostante le buone intenzioni, e la sincera urgenza espressiva da cui l’opera è animata, La sindrome di Antonio soffre di un’impostazione smaccatamente televisiva (da fiction generalista), di un’eccessiva semplificazione dei caratteri, di interpretazioni (a partire da quelle dei due protagonisti) spesso sotto la sufficienza. Poco avvezzo a costruire, per immagini, un racconto di viaggio e scoperta, il regista non riesce a modulare al meglio la componente emotiva della vicenda, si perde in episodi di scarsa rilevanza, non dà sufficiente peso al contesto (il regime dei colonnelli resta, più che sullo sfondo, un puro spauracchio, di cui quasi mai si avverte la reale presenza nella storia). Una scrittura poco incisiva dei dialoghi (e una recitazione spesso deficitaria degli stessi) rendono obiettivamente ardua l’empatia: questa arriva più facilmente quando l’obiettivo del regista si sposta (raramente) verso una dimensione collettiva, o quando al contrario dà peso ai personaggi secondari. La scelta di una tonalità seppia per rappresentare il passato del protagonista non basta per dare ad esso forza espressiva e credibilità; gli inserti musicali, tutti all’insegna di canzoni folk-rock del periodo, rappresentano spesso una comoda scorciatoia per un coinvolgimento emotivo che fatica ad emergere dalla messa in scena. Al netto delle sue buone intenzioni, il film di Claudio Rossi Massimi sconta così la scarsa dimestichezza del regista con le logiche narrative del grande schermo, e un casting che, almeno nei ruoli principali, non ha aiutato nella costruzione di caratteri credibili e capaci di coinvolgere.

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Marco Minniti

 
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