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LA RUOTA DELLE MERAVIGLIE

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
4.5/ 5


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Pro


Un ritratto perfetto, solo apparentemente lieve, di un’umanità disillusa e incattivita. Kate Winslet è luminosa, mentre la fotografia di Vittorio Storaro quasi abbaglia per la sua bellezza.

Contro


Non ci sono veri difetti. Si potrebbe solo dire che il film è visivamente tanto elaborato che, a tratti, ci si potrebbe distrarre dalla trama.


In breve

Coney Island, anni ‘50: nella vita di Ginny e Humpty, attempata coppia che sbarca il lunario facendo lei la cameriera, lui il giostraio, irrompe all’improvviso Caroline, figlia avuta dall’uomo in un precedente matrimonio. La ragazza, con cui Humpty aveva tagliato i ponti 5 anni prima a causa del suo matrimonio con un gangster italoamericano, è nei guai per le rivelazioni da lei fatte all’FBI sul conto dell’ex marito, con cui ha da tempo rotto. Dopo un primo momento di rabbioso rifiuto, Humpty decide di riaccogliere a casa sua figlia, sola, senza un soldo e in pericolo di vita; ciò, malgrado le proteste di Ginny, che teme per la vita della coppia e del di lei figlio Richie (anch’esso avuto dalla donna in un precedente matrimonio). Il fragile, precario equilibrio della famiglia viene ulteriormente messo in crisi dalla presenza di Mickey, giovane bagnino con aspirazioni da commediografo, di cui Ginny finisce per innamorarsi perdutamente…

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Posted 13 dicembre 2017 by

 
Recensione completa
 
 

Proseguendo il suo viaggio in un’America che il cinema ci ha spesso consegnato attraverso il bianco e nero, portata a nuova vita dalla fotografia digitale di Vittorio Storaro, Woody Allen punta con La ruota delle meraviglie il suo sguardo sulla Coney Island degli anni ‘50. Dopo la Los Angeles di un ventennio prima di Café Society, dopo i sogni giovanili e le sfavillanti illusioni della fabbrica dei sogni, i personaggi del regista newyorchese sono invecchiati e disillusi. Incattiviti, persino: lui, il giostraio interpretato da Jim Belushi. dedito all’alcol e diventato violento dopo la morte della prima moglie e l’abbandono della figlia; lei, sfiorita cameriera col volto di Kate Winslet, rosa dai sensi di colpa per aver lasciato fuggire il precedente marito, carica di rimpianti per una carriera artistica a cui ha dovuto rinunciare, pronta a tutto pur di proteggere suo figlio. L’America borghese di Allen si lecca le ferite dopo i lutti della Seconda Guerra Mondiale (mai menzionata, ma il cui fantasma è presente per tutto il film), incapace di voltare davvero pagina.

Stanno a guardare le loro vite andate in frantumi, Humpty e Ginny, senza rendersi pienamente conto di come ciò sia accaduto; lo fanno proiettando le loro aspettative sulla rispettiva prole, o inseguendo i fantasmi degli anni perduti in relazioni improbabili (quella di lei col volubile bagnino interpretato da Justin Timberlake). La violenza e il cinismo di cui si sono imbevuti tornerà inevitabilmente a chieder loro il conto, nella forma degli scagnozzi del gangster Angelo, l’altra faccia (quella più violenta e autentica) di quell’America che ha frustrato le loro aspettative, insieme a quelle, solo di poco più ingenue, della giovane Caroline. Tutto intorno, il divertimentificio di Coney Island si agita di un’umanità che finge spavalda spensieratezza, dando il via a un altro giro della “ruota delle meraviglie” del titolo. A spezzare il clima di fasulla serenità, le azioni incendiarie del piccolo Richie, rivolte tanto contro le istituzioni (la scuola, lo studio della psicologa) quanto contro la faccia consumista della società che ha già annegato la sua famiglia: il ‘68 non è poi così lontano, e il bambino scalpita già per prendervi parte. Mentre la vecchia generazione si perde dietro sogni già sfioriti, annegando nell’alcool, nelle bugie e persino nell’omicidio, la nuova è pronta a salire (fragorosamente) alla ribalta.

Trailer:

PRO

Freddamente accolto dalla critica d’oltreoceano, già apparentemente condannato a un posto minore nella filmografia alleniana, La ruota delle meraviglie fa in realtà un lucido spaccato (micro)sociologico, fotografando in modo acuto le vite di due personaggi invecchiati e sfioriti anzitempo, insieme a quelle di giovani generazioni ancora frastornate e condizionate dai fallimenti genitoriali. In un dramma familiare solo apparentemente improntato a un tono lieve, in realtà pervaso in nuce dall’anima noir di cui il film si riempirà nella frazione conclusiva, spicca la luminosa presenza di una Kate Winslet di nuovo in parte (dopo l’incolore prova de Il domani tra di noi), un Jim Belushi grottesco e fragile, e i due “giovani”, efficaci Justin Timberlake e Juno Temple (il primo ironica voce narrante). La giocosa levità alleniana, la brillantezza ancora presente dei dialoghi, si scontrano con la cupezza sottesa al clima che grava sulla famiglia, appena mitigato dai colori sfavillanti (che somigliano a un’eco, a un ricordo, o a un impossibile auspicio) della fotografia di Storaro. Il dramma è lì, (letteralmente) dietro l’angolo, in agguato tra le strade della Coney Island magistralmente ricostruita dal regista. Al volto in chiaroscuro della Winslet, già contaminato dalla morte, si contrappone il gioioso nichilismo di suo figlio Richie: come cantava qualcuno qui in Italia, “bruciare tutto non è sempre così brutto, come leggi il giorno dopo sul giornale”. In questo caso, viene da dire, è persino un’esigenza.

CONTRO

Il film di Allen, che reputiamo tra le migliori prove registiche recenti del cineasta newyorchese, non presenta difetti evidenti. L’unica cosa che possiamo rilevare, in tal senso (ma non si può certo definire un difetto) è che a tratti l’ubriacante costruzione visiva del film, la meticolosa resa scenografica degli anni ‘50, e soprattutto l’eccezionale fotografia di Vittorio Storaro, potrebbero distrarre dall’intreccio gli spettatori più facilmente ammaliabili. Un motivo in più, laddove ciò succedesse, per tornare al cinema e dare al film una seconda, non superflua visione.

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Marco Minniti

 
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