non solo recensioni…

 
 


 
Da non perdere
 

LA NOTTE DEL GIUDIZIO – ELECTION YEAR

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
3.5/ 5


User Rating
no ratings yet

 

Pro


Teso, visivamente accattivante, ancor più esplicito dei suoi predecessori nei suoi riferimenti politici. Cinefilo al pari del resto della saga.

Contro


L’idea di base della saga, al terzo film, ha perso parte del suo potenziale. Qualche passaggio narrativo risulta un po’ pretestuoso.


In breve

Nell’annuale notte dello Sfogo, in cui i cittadini statunitensi sono autorizzati a commettere qualsiasi reato, compreso l’omicidio, la famiglia di Charlie Roan viene massacrata davanti ai suoi occhi. Diciotto anni dopo, la donna è un’agguerrita senatrice, oppositrice convinta della ricorrenza e lanciatissima verso la presidenza degli Stati Uniti. Il suo rivale, Edwige Owens, conservatore e membro dei Nuovi Padri Fondatori, vede la senatrice insidiare pericolosamente il suo primato, e mettere a rischio un’usanza che è ormai foriera di giganteschi interessi economici. Il partito di Roan decide così, per liberarsi della rivale, di eliminare la “protezione” di cui i politici godono durante l’imminente notte dello Sfogo: Charlie diventerà così bersaglio di una banda di addestrati e letali mercenari, assoldati dagli esponenti dei Nuovi Padri Fondatori. Nel frattempo, il giorno prima dello Sfogo, il commerciante di colore Joe Dixon si vede raddoppiare improvvisamente il premio per l’assicurazione sul suo negozio, che resta così privo di protezione. L’uomo decide quindi di difendere la sua attività da solo, ricevendo man forte dai dipendenti Marcos e Laney. Durante la notte più lunga d’America, i destini della senatrice Charlie Roan e quelli di Joe, Marcos e Laney saranno destinati a incontrarsi imprevedibilmente…

0
Posted 16 luglio 2016 by

 
Recensione completa
 
 

La sinergia produttiva tra l’indipendente Blumhouse di Jason Blum e la Platinum Dunes (etichetta fondata da Micheal Bay e dedicata al cinema di genere) ha generato quella che è senz’altro una delle più interessanti saghe thriller/horror di questo decennio. In un periodo dominato da remake e prodotti derivativi, un’idea semplice e folgorante (una notte in cui l’omicidio diventa lecito) è stata utilizzata per un franchise dal notevole potenziale politico, legato a doppio filo all’attualità e foriero di suggestioni che dal genere si allargano fino a toccare un ampio spettro di tematiche. Dopo due episodi che hanno sviscerato i diversi aspetti dello Sfogo, dal punto di vista di una famiglia assediata (nell’originale La notte del giudizio, del 2013) a quello di un individuo in cerca di vendetta (nel suo primo sequel, Anarchia – La notte del giudizio), questo La notte del giudizio – Election Year si immerge direttamente nei temi politici alla base della serie. Divenendo esplicito nei suoi riferimenti all’attualità, e scoperto nel potenziale allegorico dei suoi temi.

Come i suoi due predecessori, questo terzo episodio (ancora diretto da James DeMonaco) guarda al cinema di genere degli anni ‘70 e ‘80, ai thriller di John Carpenter e ai lividi affreschi urbani di Walter Hill, all’horror politico di George A. Romero, e più in generale a una visione indipendente e “militante” del genere, che utilizza i suoi meccanismi per trattare la contemporaneità. Cronologicamente posto molti anni dopo la fine del secondo episodio, legato a quest’ultimo dai personaggi dell’ex sergente Leo Barnes e del rivoluzionario Dante Bishop (rispettivamente interpretati da Frank Grillo ed Edwin Hodge) Election Year entra nelle stanze del potere e ne svela i rituali, sviscerando in modo esplicito la natura classista, mirata all’eliminazione del più debole, di un’istituzione come quella dello Sfogo. Lo sguardo più ravvicinato sulle stanze dei Nuovi Padri Fondatori, emblema di una politica americana che (nelle sue linee principali) trova più di un’assonanza diretta con l’attualità, non toglie spazio alla tensione di genere, esplicitata in una collaudata struttura da thriller che, ancora una volta, segue l’odissea di un gruppo di personaggi in una singola, livida notte.

Trailer:

PRO

Teso alla pari dei suoi due precedenti capitoli della saga, costruito su un canovaccio non dissimile da quello del suo diretto predecessore (Anarchia), La notte del giudizio – Election Year è permeato da un ancor più scoperto impeto politico, che rende del tutto trasparente la sua metafora e i destinatari di quest’ultima. Di nuovo, il regista James DeMonaco riesce a parlare della contemporaneità con gli strumenti del genere, e lo fa non perdendo mai di vista l’intrattenimento e la consapevolezza delle peculiarità del suo pubblico. La saga de La notte del giudizio è exploitation trasportata nel cinema di serie A, permeata dallo stesso spirito iconoclasta dei suoi modelli, ma consapevole del cambiamento dei tempi e dei gusti del pubblico. In questo senso, si tratta di operazioni che mostrano un livello di cinefilia, di citazionismo e passione per un passato sempre tenuto come punto fermo, ma anche di intelligente duttilità nella rielaborazione dei topoi, che hanno pochi eguali nel moderno cinema di genere. Election Year prosegue così su un solco ormai tracciato, sviluppando e approfondendo le premesse dei suoi due predecessori: supplendo all’inevitabile, minore appetibilità della “formula” (ormai collaudata) col parziale cambio di ottica, e con lo sguardo più ravvicinato su un potere bestiale quanto disgraziatamente (più che mai) umano. Restando inoltre, nel contempo, assolutamente efficace nei suoi meccanismi narrativi, accattivante nella sua confezione senza perdere nulla in impeto ideale e in iconoclastia.

CONTRO

Giunta al suo terzo episodio, la saga perde inevitabilmente un po’ del suo potenziale tematico, essendo ormai noti i meccanismi narrativi alla sua base, e le implicazioni che i suoi temi sviluppano sui personaggi. Dal punto di vista del racconto, appare un po’ pretestuoso lo spunto che muove una delle due sottotrame (il raddoppio del premio assicurativo sul negozio di Joe Dixon) mentre il personaggio della senatrice interpretato da Elizabeth Mitchell risulta un po’ monocorde, privo delle necessarie zone d’ombra. Limiti di scrittura tutti interni al genere, che, per l’esegeta del cinema a cui il film si rifà, possono essere sommati a considerazioni comuni all’intera saga: la violenza del franchise de La notte del giudizio si conferma infatti, anche qui, priva di quel potenziale esplicito, anarchico e “tribale”, che informava di sé i modelli a cui la saga fa riferimento. L’appassionato, nell’approcciarsi a questo come ai due precedenti film del franchise, farebbe bene a tenere a mente che si è di fronte ad un prodotto che sceglie di fare i conti con le regole del mainstream, cercando un compromesso tra la sua natura indipendente e la necessità di parlare (col suo linguaggio) al pubblico moderno.

GALLERY


Marco Minniti

 
Avatar of Marco Minniti


0 Commenti



Commenta per primo!


Risposte


(required)