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LA MEMORIA DELL’ACQUA

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
4/ 5


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Pro


Visivamente di grande fascino, una riflessione sul potere e sulla storia intrisa di lirismo, a metà tra cronaca e astrazione.

Contro


Alcune simbologie di non immediata leggibilità. Chi amasse una forma di documentario più classica e narrativa potrebbe non apprezzarlo.


In breve

Cile, sulla costa della Patagonia occidentale. In fondo al mare viene rinvenuta una rotaia, con attaccato un bottone di madreperla: è la muta testimonianza di uno dei desaparecidos di Villa Grimaldi, a Santiago, uccisi e poi gettati in mare dal regime di Pinochet. Un bottone di madreperla, in tutto e per tutto simile, fu anche l’emblema della “civilizzazione” dell’indio Jimmy Button: prelevato dai colonizzatori inglesi nell’800, portato alla corte della regina e sottoposto a un forzato processo di sradicamento. Una vicenda che si inserisce nella più ampia tragedia dei Selknams, popolazione nativa che fu oggetto di una sistematica opera di sterminio. Tra le due vicende, un filo rosso fatto di violenza, sopraffazione e annientamento dei più deboli. Testimone muto e dolente, l’elemento acquatico, ma anche gli incontaminati paesaggi naturali di una terra che continua a non conoscere pace.

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Posted 28 aprile 2016 by

 
Recensione completa
 
 

Prima che cineasta, Patricio Guzmàn è da sempre divulgatore della storia del suo paese. Una storia fatta di lutti e sollevazioni, slanci di speranza e tragedie, che ha visto il regista de La memoria dell’acqua costretto ad emigrare nel 1973, dopo il golpe che costò la vita al presidente Salvador Allende. Un’attività svolta con gli strumenti del cinema, iniziata tra il 1975 e il 1979 con la trilogia de La battaglia del Cile, poi proseguita lungo un quarantennio di carriera. Ora, il regista cileno porta sullo schermo il secondo episodio di quello che è un dittico (ma è ipotizzabile la realizzazione di un terzo capitolo) incentrato sul binomio bellezza/morte. Se nel precedente Nostalgia della luce era infatti il deserto di Atacama, nell’estremo nord del paese, a fare da testimone ai crimini del regime, ora ci si sposta nella Patagonia occidentale, sullo sfondo incontaminato e selvaggio che vide prima lo sterminio dei Selknams, poi la muta eliminazione dei desaparecidos torturati e uccisi a Santiago.

Due vicende parallele e legate da un filo conduttore di violenza e sopraffazione, testimoniate dalle fredde acque della costa del sud cileno: habitat privilegiato delle tribù Selknams, da diecimila anni in simbiosi con un contesto naturale apparentemente ostile all’uomo. Capace di mutare e mutarsi, ma anche di mantenere traccia dei drammi che in esso hanno avuto luogo. Le immagini catturate dalla macchina da presa di Guzmàn, ad alternare il fascino atemporale dei paesaggi, il sempiterno ciclo delle stagioni, e le testimonianze dirette e indirette dei massacri che vi si consumarono, compongono un affresco composito e potente: un risultato che ha visto il regista ottenere, nel corso dell’ultima Berlinale, il riconoscimento dell’Orso d’Argento per la miglior sceneggiatura.

Trailer:

PRO

Guzmán prosegue il discorso sulla storia del suo paese con coerenza, alternando il rigore della ricostruzione al lirismo dei paesaggi, la purezza dello sguardo non contaminato dalla civiltà (quello dell’indio Jimmy Button prima della sua “civilizzazione”) al resoconto dello stupro di una terra, e dello sradicamento dei suoi abitanti. Difficile non restare affascinati dalla forza evocativa di luoghi che si fanno essi stessi racconto, resistenti e malleabili alla presenza umana, alternati in modo straniante al resoconto di due drammi (paralleli) che vi avrebbero lasciato una traccia indelebile. La feconda alternanza tra il vibrante resoconto della cronaca e il fascino puro e non mediato, a un passo dall’astrazione, delle scenografie naturali, rendono il film di Guzmán un prodotto prezioso e dall’immediato magnetismo visivo.

CONTRO

A tratti, il film eccede forse nei simbolismi, andando a proporre suggestioni (i pianeti, la cosmologia, il legame tra le antiche credenze sulle anime dei dipartiti e le ricerche astronomiche) un po’ slegate dal contesto della narrazione. A ciò, va aggiunta l’ovvia considerazione per cui chi ami esclusivamente il cinema narrativo (ma anche una forma di documentario più classica e compatta, che non faccia appello a una ricerca sull’immagine e sulla sua valenza simbolica) farebbe meglio a star lontano da quest’opera.

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Marco Minniti

 
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