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LA MACCHINAZIONE

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
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Pro


Il tema è da sempre fonte di fascino, e di interesse culturale e storico. È apprezzabile la sicurezza coerenza con cui il regista porta avanti la sua tesi.

Contro


Cinematograficamente vacuo, deludente, appesantito da inutili sovrastrutture estetiche. Il protagonista risulta palesemente fuori parte.


In breve

2 novembre 1975: all’Idroscalo di Ostia, nelle prime ore del mattino, viene ritrovato il cadavere di un uomo percosso e straziato. Poco dopo, il corpo sarà identificato come quello di Pier Paolo Pasolini, poeta, regista e intellettuale tra i più significativi del Novecento italiano. Per il delitto viene accusato e condannato Pino Pelosi, diciassettenne che frequentava il poeta e aveva con lui una relazione. Ma, fin dall’inizio, sono numerosi i dubbi che si addensano intorno alla sentenza: a partire dalla probabile presenza di altre persone nel luogo del delitto (suffragata da testimonianze, e da alcuni oggetti trovati sulla macchina di Pasolini), fino alle indagini che lo stesso poeta stava conducendo su alcune trame relative allo stragismo italiano, e ai suoi incontri con lo scrittore (mai identificato) che usava lo pseudonimo di Giorgio Steimetz. Indagini che confluiranno poi nel romanzo-inchiesta Petrolio, uscito postumo nel 1992, in cui Pasolini approfondiva il ruolo dell’imprenditore Eugenio Cefis nei fatti di sangue che sconvolsero l’Italia negli anni ‘70. I dubbi sulla versione ufficiale, che vuole il solo Pelosi come responsabile del delitto, e l’ipotesi di una congiura facente capo ai potentati politici ed economici, ai servizi segreti, e ad ambienti dell’estrema destra, sono riassunti nel libro di David Grieco La macchinazione, ispiratore del suo omonimo film.

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Posted 21 marzo 2016 by

 
Recensione completa
 
 

La tragica morte di Pier Paolo Pasolini, a oltre quarant’anni di distanza, resta una ferita aperta per la cultura italiana, e per la vita del paese nel suo complesso. Un evento che, in un periodo drammatico come quello degli anni ‘70, va ad inserirsi in una rete di trame tuttora impossibili da districare, che hanno visto il nostro paese teatro di una guerra solo in minima parte facente capo ai suoi protagonisti. Il delitto Pasolini, con i tanti dubbi sulla sua ricostruzione, e le tante ipotesi alternative, si inserisce tuttora tra quelli che possiamo definire (con un certo grado, inevitabile, di semplificazione), i “misteri d’Italia”. Il cinema, tra i tanti terreni d’elezione del poeta, ha già indagato questo evento (e la complessa figura di Pasolini) in più di un’occasione: tra queste, il film-ricostruzione di Marco Tullio Giordana Pasolini, un delitto italiano, il misconosciuto Nerolio di Aurelio Grimaldi, e il più astratto – e più centrato sulla figura del poeta in sé, e sui suoi ultimi giorni – Pasolini di Abel Ferrara.

Ora, un ulteriore tassello alla ricerca della verità (e all’indagine su una figura che non smette di affascinare) viene aggiunto dallo scrittore e regista David Grieco, che traduce in immagini il suo saggio La macchinazione. Nel progetto di Grieco, che già aveva rifiutato di collaborare alla stesura dello script per il film di Ferrara, c’è in realtà più di un intento polemico verso il non apprezzato lavoro del collega americano: libro e film nascono, secondo le parole del regista italiano, come una sorta di “riparazione” a quella che, secondo Grieco, sarebbe stata “un’ultima, oscena lapide cinematografica sulla vita e la morte di Pier Paolo Pasolini”. Nonostante la polemica dichiarazione di intenti di Grieco, comunque, il suo film sceglie un’ottica diversa e complementare rispetto a quella di Ferrara: intima, visionaria e morale (non moralista) quella del regista americano, politica, divulgativa e composita quella dell’italiano. A vestire i difficili panni di Pasolini, un inedito Massimo Ranieri, contornato da uno stuolo di comprimari di lusso comprendente Milena Vukotic, Roberto Citran e Libero de Rienzo.

Trailer:

PRO

I principali motivi di interesse de La macchinazione stanno nel suo tema, e in una lettura dei fatti, da parte di Grieco, che non ha paura di dichiararsi. Il film ha il passo e l’atmosfera del cinema-inchiesta, cercando di ricollegarsi a una tradizione che nel nostro paese ha avuto il suo picco (e i suoi migliori risultati artistici) qualche decennio fa. Gli studiosi dell’opera di Pasolini, e più in generale chiunque sia interessato alla storia italiana dell’ultimo cinquantennio (e alle sue tante pagine oscure) troveranno sicuramente nel film di Grieco più di un motivo di interesse.

CONTRO

Scegliendo la strada dell’inchiesta filmata, ma appesantendo il film di una serie di sovrastrutture e stilemi che sfiorano il kitsch, Grieco confeziona un prodotto cinematograficamente deludente. Cercando di rifarsi all’asciuttezza e visionarietà di un maestro come Francesco Rosi, il cineasta italiano dimentica il rigore, dissemina la pellicola di parentesi inutili, perde sovente di vista la ricostruzione e si mostra smanioso di esibire una malintesa autorialità. Inutili (e gratuite) alternanze di bianco e nero e colore si sommano a didascalismi involontariamente ridicoli (le immagini virate al negativo a seguire l’annuncio del furto dei negativi di Salò o le 120 giornate di Sodoma) e a sequenze in digitale (l’ultima è la più significativa) di cui sfugge l’utilità nell’economia narrativa del film. Una generale sciatteria registica che risulta aggravata dalla performance sottotono di Massimo Ranieri, evidentemente fuori parte e poco convinto in un ruolo non nelle sue corde; ma sottolineeremmo anche il carattere grottescamente posticcio dell’accento romano di Matteo Taranto (era così difficile doppiarlo?). Così, il film di Grieco finisce per vanificare la sua pur presente urgenza divulgativa, in un prodotto artisticamente non riuscito, tanto esteticamente vacuo da risultare respingente anche per chi si fosse accostato con interesse al suo soggetto.

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Marco Minniti

 
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