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Total Score
 
 
 
 
 
3.5/ 5


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Pro


Notevole ricostruzione d’ambiente, recitazione di ottimo livello, apprezzabile riflessione sul genere e sull’essenza e le contraddizioni della storia americana.

Contro


Tutta la prima parte del film risulta didascalica, ingessata in una struttura eccessivamente descrittiva che riesce a far liberare il cuore, la carne e il sangue della storia solo nella sua seconda metà.


In breve

America, anni ‘20. Joe Coughlin, veterano della I Guerra Mondiale e figlio del capitano di polizia Thomas Coughilin, si innamora di Emma Gould, donna del gangster locale Albert White. Il boss italoamericano Maso Pescatore, venuto a sapere della relazione tra i due, ricatta Joe intimandogli di uccidere White; l’uomo tuttavia rifiuta, progettando invece una fuga con la donna dopo aver compiuto una rapina in banca con l’aiuto del suo partner, Dion Bartolo. Dopo la rapina, in cui restano uccisi tre poliziotti, Joe cade in una trappola architettata da White, che lo ferisce gravemente e promette di uccidere Emma. Arrestato, dopo aver scontato solo due anni di prigione grazie all’influenza di suo padre, e dopo aver saputo dell’uccisione di Emma, Joe si mette al servizio di Pescatore, impegnandosi ad aiutarlo nel contrabbando di rum in Florida: ma il suo vero scopo è la vendetta nei confronti di White…

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Posted 7 marzo 2017 by

 
Recensione completa
 
 

Ormai lanciato nel suo ruolo di Uomo Pipistrello nel neonato DC Extended Universe (la Justice League di Zack Snyder arriverà giusto sugli schermi nel prossimo novembre), Ben Affleck continua altresì ad impegnarsi in una ragionata, “decentrata” carriera da regista. Messo tra perentesi (senza tuttavia farlo sparire) il suo ruolo di star popolare, il protagonista de L’amore bugiardo – Gone Girl continua con le sue regie a ragionare sui generi classici del cinema hollywoodiano, aggiornandone il gusto e le premesse estetiche alla sensibilità del cinema americano del nuovo millennio. Così, dopo la riproposizione del genere spionistico, filtrato attraverso la lezione della New Hollywood, vista in un’opera come Argo, è il gangster movie, nella sua variante di epopea di ascesa e caduta di una figura criminale carismatica, ad essere sottoposto al suo processo di revisione critica.

Ambientato nel complesso periodo del proibizionismo, calato negli umori di una società che già fu fotografata (con alcuni irripetibili capolavori) dal cinema hollywoodiano di quegli anni, La legge della notte è un dramma noir dall’incedere dilatato e ineluttabile, inevitabilmente pessimista nelle premesse. Ispirato a un romanzo dello scrittore Dennis Lehane (qui anche produttore esecutivo) il film di Affleck si nutre delle atmosfere in chiaroscuro del periodo, di una gamma di nuances che confonde i confini tra guardie e ladri, del ritratto di una (poco) epica ascesa associata alla rivelazione di un’incancellabile fragilità. Nella parabola criminale del protagonista, le cui fattezze l’attore/regista fa efficacemente sue, c’è la voglia inespressa di una vendetta che copre un vuoto, la promessa di un impero retto inevitabilmente su piedi d’argilla. Fino a uno sbocco che tradisce e conferma insieme la “morale” da sempre insita nel genere.

Trailer:

PRO

Sontuoso nella messa in scena, insieme epico ed antiretorico, La legge della notte è un dramma dalle venature classiche, che fotografa un preciso periodo senza farsi fagocitare dal formalismo della ricostruzione d’ambiente. Nell’ascesa e caduta di Joe Coughlin c’è l’essenza dell’America di quegli anni (e di quelli immediatamente precedenti), c’è il proibizionismo e la violenza diffusa, il legalismo e l’individualismo anarchico, la voglia di purezza e l’essenza inevitabilmente “contaminata” (già dalla sua nascita) di una nazione che ha contenuto in sé mondi lontani e spesso in conflitto. C’è, soprattutto, l’esibizione di forza di un popolo che si contempera con la sua intrinseca, incancellabile debolezza. Caratteristiche, queste, efficacemente riassunte da un protagonista a cui Affleck dona la giusta dose di fragilità e spietatezza, ma incarnate anche in un pregevole gruppo di comprimari: a cominciare da una dolente Elle Fanning, nei panni di una peccatrice/predicatrice schiacciata dalla stessa fallacia del suo messaggio. Dopo una prima fase prevalentemente descrittiva, il film acquista (anche registicamente) cuore e consistenza, deflagrando, nei minuti finali, in un melò vibrante e dalla grande presa emotiva.

CONTRO

In tutta la sua prima parte, il film di Affleck fatica, e non poco, ad arrivare al cuore e ai nervi dello spettatore, ingessato in una struttura eccessivamente descrittiva, poco dinamico e preoccupato più della ricostruzione d’ambiente che della resa della carne e del sangue dei suoi personaggi. Alle prese con le necessità del period drama, Affleck sembra puntare, dapprima, più sulla correttezza della ricostruzione di atmosfere e dinamiche della società dell’epoca (ivi compreso il sottobosco criminale) che sulla costruzione di un intreccio coerente, capace di vivere e respirare cinematograficamente. Aleggia, su tutta la prima frazione del film, una pesantezza didascalica da cui la storia riesce a liberarsi solo nella sua seconda metà, riuscendo in un’opera complessivamente affascinante quanto diseguale, e poco coerente nel suo incedere narrativo.

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Marco Minniti

 
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