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LA DOLCE ARTE DI ESISTERE

 
Regia
 
 
 
 
 


 
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Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
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3/ 5


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Pro


Spunto di partenza riuscito e originale, umorismo lieve e stralunato, progetto che ispira in generale simpatia.

Contro


A tratti lento e macchinoso, tono un po' piatto, voce fuori campo invadente e alla lunga fastidiosa.


In breve

In un mondo ipotetico, in cui l’invisibilità è una malattia sociale, si incontrano le storie speculari di Roberta e Massimo: la prima diventa invisibile quando si sente trascurata, quando avverte che gli altri non le dedicano l’attenzione che vorrebbe; il secondo, al contrario, soffre l’eccessiva pressione delle persone che gli stanno intorno, le loro aspettative, sviluppando una reazione che lo fa letteralmente scomparire. L’origine del disturbo dei due ragazzi, in entrambi i casi psicosomatico, risiede nelle famiglie di origine: permissiva e distratta quella di Roberta, lasciata libera di sbagliare ma anche privata di qualsiasi riscontro positivo alle sue azioni; esigente e soffocante quella di Massimo, a cui vengono richiesti costantemente i migliori risultati possibili; nello studio come nella scelta delle amicizie. Quando i due si incontrano nasce un’istintiva simpatia, ma iniziano anche i primi problemi: difficilmente, infatti, Roberta e Massimo riescono ad essere entrambi visibili nello stesso momento. Malgrado ciò, i due ragazzi iniziano una tenera e goffa love story; questa, tuttavia, sarà destinata a durare poco, a causa dell’invadenza del loro problema. Rimasta da sola, Roberta si iscrive, più per gioco che per altro, al provino di un reality; sorprendentemente, il suo problema accende l’interesse dei conduttori, e la ragazza viene selezionata. In breve tempo, Roberta diventa una celebrità. Massimo, da par suo, è sempre più solo, tra lo studio, la lettura dei suoi fumetti e un compagno di stanza che spaccia droghe leggere. Quando, casualmente, vede il volto di Roberta sulla copertina di un settimanale, capisce di non aver ancora dimenticato la ragazza…

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Posted 5 aprile 2015 by

 
Recensione completa
 
 

Quello dell’invisibilità è un tema da sempre frequentato sul grande schermo: a partire dal classico della Universal L’uomo invisibile (con un indimenticato Claude Rains) passando per le divagazioni in forma di commedia (Avventure di un uomo invisibile di John Carpenter) e arrivando al recente, super-eroistico Il ragazzo invisibile di Salvatores, la sfida della trasparenza, la scommessa di filmare ciò che l’occhio non può cogliere, ha sempre interessato un’arte visiva per definizione come il cinema. L’operazione del regista italiano Pietro Reggiani, tuttavia, è ancora più peculiare e originale: in questo La dolce arte di esistere, infatti, Reggiani ipotizza che l’invisibilità non sia un evento straordinario, ma piuttosto una malattia (di origine psicosomatica) che l’individuo sviluppa come risposta a un disagio sociale. Il fantastico irrompe quindi nella quotidianità, in una realtà sociale che per il resto è in tutto e per tutto analoga a quella che lo spettatore conosce: Roberta e Massimo crescono in normali famiglie borghesi, vanno a scuola, affrontano le sfide e le difficoltà di tutti gli adolescenti, si allontanano da casa per iscriversi all’università. In più, vivono il loro problema, che li rende (in modo analogo a quanto succede con chi soffre di balbuzie o di altri disturbi fisici) degli outsider. Il “realismo magico” del regista, già sviluppato nel precedente L’estate di mio fratello, funge qui da metafora, per niente velata, della contemporaneità: si scompare come reazione alla pressione eccessiva di una società che lascia pochissimo spazio al privato; o, al contrario, si diventa invisibili assecondando i gruppi sociali di riferimento quando questi trascurano l’individuo, condannandolo già ad un’invisibilità de facto. La forma che il regista sceglie, per mettere in scena la sua storia, è quella della favola contemporanea: la voice over è una presenza costante che illustra e contrappunta le vicende dei due protagonisti, il tono è lieve e intriso di un umorismo un po’ stralunato, lo sguardo ironico ma non privo di empatia.

 

PRO

n questo piccolo film indipendente, Reggiani ha avuto un’idea senz’altro originale: quella di trattare un elemento fantastico (in sé vecchio quanto il cinema) in termini di quotidianità, inserendolo in un tessuto narrativo realistico e con i piedi ben piantati nella modernità. L’idea dell’invisibilità come metafora, per quanto scoperta, è semplice e potente: la sua trattazione in termini di “realismo magico”, la sua organica introduzione nelle normali dinamiche sociali, è un’intuizione sorprendente e narrativamente forte. I due protagonisti e le loro (dis)avventure, che seguiamo parallelamente fin dalla loro prima infanzia, ispirano un’istintiva simpatia: il tono lieve, che enfatizza solo un po’ alcuni tratti caratteriali dei personaggi, ricorda quello di molte commedie indipendenti americane, chiaro punto di riferimento per il lavoro del regista. I riferimenti alla cultura di massa (i fumetti, i settimanali scandalistici) e a contesti sociali colti con sufficiente precisione (i diversi gruppi di amici, le caricaturali – ma non troppo – realtà familiari) aiutano molto l’identificazione e l’empatia; mentre la protagonista Francesca Golia (che abbiamo già visto ne La grande bellezza e Bella addormentata) offre una prova ricca di umorismo e sensibilità. Apprezzabili, anche, gli inserti nel cast di volti noti come quelli di Anita Kravos (nel ruolo della surreale madre di Roberta) e Rolando Ravello, fan della ragazza sui generis.

CONTRO

Malgrado la felice intuizione del tema, l’incedere del film è lento e (in alcuni passaggi) macchinoso, mentre la regia mantiene l’intero racconto su un mood che si può definire piano, se non piatto. Nei punti nodali della narrazione, mancano quelle accelerazioni di ritmo, quegli espedienti squisitamente cinematografici (di montaggio, regia e colonna sonora) atti a catturare l’attenzione dello spettatore, che avrebbero potuto dare al film un’arma in più. Così com’è, con la sua messa in scena corretta ma in fondo convenzionale, il film di Reggiani si avvicina un po’ troppo all’atmosfera di certa fiction televisiva, nel tono se non nel look generale (comunque piuttosto curato). In più, l’espediente della voce fuori campo, se da un lato serve a dare al film il clima da favola contemporanea che (evidentemente) era quello ricercato dal regista, dall’altro risulta troppo invadente; la sua presenza costante, anche nei punti laddove non sarebbe stata narrativamente necessaria, genera presto fastidio. Se inoltre, da una parte, la recitazione di Francesca Golia risulta efficace e funzionale, nel delineare l’insicurezza e la fragilità di Roberta, il Massimo di Pierpaolo Spollon è un po’ monocorde, poco convincente nella resa di un personaggio non facile, che necessitava di una gamma espressiva probabilmente più ampia.

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Marco Minniti

 
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