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LA CORRISPONDENZA

 
la corrispondenza
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2.5/ 5


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Pro


Suggestivo nelle basi e nelle suggestioni che mette in gioco, dalle tematiche interessanti, e originali nell'attuale panorama mainstream italiano.

Contro


Sfilacciato, registicamente poco incisivo, con molti passaggi di script difettosi, a tratti pacchiano nei dialoghi.


In breve

Amy, studentessa universitaria di astrofisica, è innamorata del suo professore Ed Phoerum, un noto studioso, sposato e piuttosto avanti con l’età. Da mesi, i due hanno un’intensa relazione, che va avanti malgrado l’inevitabile clandestinità e i continui spostamenti dell’uomo. Nel tempo libero, la ragazza si diletta a fare la controfigura in film d’azione, sfidando il pericolo in spettacolari stunt. Un giorno, durante una conferenza a cui Ed avrebbe dovuto presenziare, Amy riceve una sconvolgente notizia: il professore sarebbe morto pochi giorni prima, a causa di un tumore in stadio avanzato. Amy, tuttavia, non solo era completamente ignara della malattia dell’uomo, ma ha continuato a ricevere suoi sms ed email fino a pochi minuti prima dell’annuncio. Sconvolta dalla notizia, incapace di credere alla morte di Ed, Amy si reca nella sua casa di Edinburgo, per cercare di capire quale sia stata la reale sorte del suo amato…

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Posted 13 gennaio 2016 by

 
Recensione completa
 
 

Da tempo interessato a dare una dimensione maggiormente internazionale al suo cinema, reduce dall’esplorazione (la seconda in tutta la sua carriera) delle dinamiche del thriller ne La migliore offerta, Giuseppe Tornatore cambia qui, di nuovo, genere e registro. Laddove, infatti, la sinossi di questo La corrispondenza potrebbe far pensare a un nuovo mistery, persino con possibili divagazioni nel fantastico, il regista siciliano tenta qui, in realtà, una sortita sui generis nei territori del melò: quella del suo film è infatti la narrazione di un amore che sembra sopravvivere alla morte, infrangendo le limitazioni del tempo e della scomparsa fisica del corpo. La pellicola di Tornatore, per buona parte della sua durata, si muove invero sul doppio binario della detection (con la ricerca della giovane protagonista, sulle tracce della fantasmatica presenza dell’amato) e di una love story che si sviluppa in una dimensione asincrona, con i messaggi (cartacei ed elettronici) che in qualche modo l’uomo continua a far recapitare alla ragazza. Una doppia dimensione che gradualmente si carica di una sempre più evidente valenza melodrammatica, puntando inoltre a una riflessione (più generale) sulla natura dei mezzi di comunicazione e sulla loro capacità di virtualizzare una presenza, al di là delle barriere fisiche e temporali. Tornatore sceglie di portare avanti questa ricerca affidandosi di nuovo a un cast di una certa caratura, tra cui spiccano i protagonisti Jeremy Irons e Olga Kurylenko, e a location suddivise tra la Scozia, il Piemonte e il Trentino Alto Adige.

Trailer:

PRO

Le tematiche affrontate da questo La corrispondenza sono naturale fonte di fascino. Tornatore, sviluppando un soggetto da lui stesso concepito (successivamente trasformato anche in un romanzo) vuole raccontare una storia d’amore nell’epoca dei nuovi media e della forzata modalità always on, arrivando però a negare le basi su cui questo modello di comunicazione si regge: i messaggi, tanto quelli elettronici (scritti e visuali) quanto quelli cartacei, diventano traccia e perpetuazione di una presenza, sua virtualizzazione capace di interagire e influenzare in modo decisivo il presente. Una sorta di elogio (dichiarato) della comunicazione asincrona, inserito in un contesto che gradualmente, partendo dal thriller con venature fantastiche, vira sempre più decisamente verso il melò. È da lodare il tentativo del regista di fondere due generi dalle dinamiche narrative tanto lontane, leggendoli da un’ottica che, nell’ambito del cinema italiano, è senz’altro insolita.

CONTRO

Rispetto al precedente La migliore offerta (ma anche al più ambizioso – e meno riuscito – Baarìa) Tornatore fa qui un evidente passo indietro. Nonostante le sue buone intenzioni, La corrispondenza è per larghi tratti sfilacciato, registicamente poco incisivo e sofferente di una scrittura deficitaria. Le premesse, poste nella prima mezz’ora del film, sono sicuramente valide, e il meccanismo narrativo tiene finché la storia non svela le sue carte: nel momento, tuttavia, in cui la natura melò dell’opera viene alla luce, il regista non riesce ad essere coerente con le basi da lui stesso gettate. Il racconto sembra immobilizzato in una reiterazione, sempre più stancante, della medesima situazione-base (l’”accompagnamento” di fasi importanti della vita della protagonista tramite un messaggio del professore), senza che la natura del rapporto tra i due riesca ad emergere con incisività. Lo stesso Irons appare poco a suo agio, in un ruolo (dobbiamo concederglielo) non semplice ma privo di una vera evoluzione; mentre viene fuori, in molti tratti della storia, la pretestuosità e meccanicità di alcuni passaggi narrativi, frutto di una scrittura evidentemente difettosa. Tra personaggi abbozzati, suggestioni non sviluppate (il Caronte col volto di Paolo Calabresi, il cane nel parco) il film scivola in momenti di una certa pacchianeria, e in dialoghi a volte inutilmente sopra le righe (ne sono esempio le parti che coinvolgono il personaggio della figlia dell’uomo, interpretata da Shauna Macdonald). Limiti che frustrano il tentativo del regista di dirigere un melodramma sui generis, e che riducono il film a un esperimento sulla carta interessante, quanto insoddisfacente nella resa estetica e narrativa.

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Marco Minniti

 
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