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LA COMUNE

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
2.5/ 5


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Pro


Tema accattivante e di forte presa, buone interpretazioni, efficace scelta dei brani nella colonna sonora.

Contro


Programmatico, fin troppo studiato, poco credibile e gratuitamente provocatorio. Gli anni ‘70, sfondo ma anche motore della storia, restano nel complesso in ombra.


In breve

Erik ed Anna sono una coppia di intellettuali che vivono nella Copenhagen degli anni ‘70. Insieme alla figlia Freja, i due si trasferiscono nell’enorme villa di proprietà di lui, e qui decidono di mettere su una comune: dapprima insieme all’amico Ole, e poi con un sempre più vasto numero di inquilini, la coppia darà vita a un modello di convivenza democratica e partecipata, tale da superare le normali convenzioni borghesi. Assemblee, votazioni e valutazione periodica sul grado di soddisfazione di ogni singolo partecipante costituiranno la norma che regolerà la convivenza all’interno della villa. Tutto sembra filare per il meglio, fin quando Erik, professore universitario, non si innamora di una sua studentessa. Anna, ostentando un atteggiamento aperto e in linea con lo spirito della comune, non si oppone alla relazione, permettendo anche che la ragazza si trasferisca a vivere con loro. L’evento, tuttavia, aprirà un’inevitabile crepa nella relazione tra i due coniugi, e nella stessa convivenza all’interno della villa.

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Posted 21 marzo 2016 by

 
Recensione completa
 
 

Fin dal suo esordio, il folgorante Festen – Festa in famiglia, Thomas Vinterberg si è sempre mostrato interessato alle dinamiche della famiglia borghese. Pur nella varietà dei temi trattati dal cineasta danese, nel corso della sua quasi ventennale carriera, l’istituzione di base della società borghese è rimasta presente, magari in forma sfumata, all’interno del suo universo di riferimento; andando a inserirsi nel più generale quadro di un’ecologia sociale di cui Vinterberg si è sempre divertito (con sguardo sardonico, seppur in grande misura studiato) a mettere in luce contraddizioni e guasti.

Questo nuovo La comune, ispirato a una pièce teatrale scritta dallo stesso regista, sembra ricollegarsi direttamente al suo esordio del 1998; rappresentandone, in un certo senso, una sorta di ideale contraltare. Non più, al centro dell’obiettivo, la tradizionale famiglia dell’alta borghesia danese, coi suoi rigidi rituali a nascondere (male) orrori e depravazioni; ma il modello alternativo e “democratico”, cresciuto e sviluppatosi negli anni ‘70, che di quella struttura sembra voler negare e ribaltare le stesse fondamenta.

Alla base di tutto, malgrado e a dispetto delle dichiarazioni di intenti dei suoi animatori, la stessa classe sociale che era stata trattata da Vinterberg nel suo esordio: quella borghesia che, annoiata e incapace di trovare stimoli, si lascia andare ad un’anarchia che si colora, di volta in volta, di cupo individualismo o di ostentato collettivismo. Col fare programmatico che gli è usuale, il regista danese sembra qui voler gettare uno sguardo disilluso sulla pretesa di modificare le basi dei rapporti sociali, mascherando isterie e nevrosi tutte contemporanee dietro un plastificato (e fragile) progressismo di facciata.

Trailer:

PRO

Vinterberg, con tutte gli eccessi e le furbizie del caso, compone un quadretto borghese di indubbia presa, innervato da buone interpretazioni (tra queste, spicca quella di Trine Dyrholm, premiata con l’Orso d’Argento nel corso dell’ultima Berlinale, nella quale il film è stato presentato in concorso). Da tempo lontano dai lacci del Dogma 95, il cineasta danese ne incarna ancora (idealmente) peculiarità e limiti; con un fare iconoclasta che (dal punto di vista artistico come da quello sociale), pur programmatico e non esente da astuzie, si conferma efficace a livello di puro impatto cinematografico. L’abilità del regista nella messa in scena si conferma in alcune singole, efficaci sequenze (tra queste, ne citeremmo una centrale per l’evoluzione della trama – di cui non sveliamo il contenuto – posta nei minuti conclusivi). L’efficace scelta dei brani della colonna sonora, in gran parte costituita da composizioni folk-rock locali, rappresenta bene (anche se in modo praticamente esclusivo) lo spirito di quegli anni ‘70 che fanno da sfondo alla storia del film.

CONTRO

Fin troppo studiato, programmatico al punto da sembrare costruito a tavolino, La comune vive quasi esclusivamente della sua intuizione di base, e del potenziale cinematografico che questa esprime. L’intento provocatorio del regista, e il modo grottesco e sopra le righe con cui delinea i suoi personaggi, restano elementi fini a sé stessi, incapaci di vivere e respirare dentro una drammaturgia compiuta: spogliato dai suoi orpelli, e dallo sfondo sul quale è ambientato, il film di Vinterberg si riduce a un triangolo dai contorni risaputi e dagli esiti prevedibili. Poco sembra interessare al regista dei personaggi di contorno, ridotti a macchiette dal valore puramente accessorio: la “morale” che alla fine (in modo fin troppo didascalico) il film sembra voler esprimere, risulta scontata e anche un po’ irritante. La resa di quegli anni ‘70 che dovrebbero essere, oltre che sfondo, centro e motore ispiratore della storia, resta affidata soltanto alla buona soundtrack; per il resto, l’aria di libertà e ribellione sociale che contraddittoriamente animava il periodo resta nascosta, in ombra, data per scontata nella costruzione della sceneggiatura. La comune finisce così per confermare i limiti di un cineasta che, pur laddove continua a mostrare indubbie doti tecniche, inciampa sovente in un’attitudine gratuitamente e tediosamente provocatoria, che gli fa perdere di vista la narrazione e l’elaborazione di un racconto compiuto e credibile.

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Marco Minniti

 
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