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LA BATTAGLIA DI HACKSAW RIDGE

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
4/ 5


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Pro


Messa in scena potente, temi di grande portata affrontati in una narrazione coerente, ottimi interpreti.

Contro


Il cinema di Gibson, esplicito e a suo modo provocatorio, anche stavolta non vuole (e non può) piacere a tutti.


In breve

Primavera 1945: mentre la Seconda Guerra Mondiale è ormai ai suoi ultimi, più letali, giorni, l’esercito statunitense affronta a Okinawa uno dei più sanguinosi episodi di tutto il conflitto. Nei feroci combattimenti che si susseguono sul campo di battaglia, si distingue la presenza di un soldato fuori dal comune: si chiama Desmond Doss ed è un medico militare, che per scelta non imbraccia armi da fuoco. Seguace della Chiesa Avventista del Settimo Giorno, obiettore di coscienza, Desmond si è arruolato con l’intenzione di dare un contributo al suo paese nella vittoria della guerra, ma rifiutando categoricamente la violenza. Con una storia personale travagliata, figlio di un ex militare caduto nelle spire dell’alcol, Desmond è riuscito a conquistarsi il rispetto dei suoi commilitoni e la stima dei superiori, arrivando ad essere insignito (primo obiettore di coscienza in assoluto) della Medaglia d’Onore degli Stati Uniti.

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Posted 29 gennaio 2017 by

 
Recensione completa
 
 

E’ un cinema problematico e naturalmente atto a suscitare discussioni, quello di Mel Gibson. Artista e uomo di cinema poliedrico, diremmo persino camaleontico, capace di passare dai rutilanti blockbuster degli anni ‘80 e ‘90 all’intimismo del suo esordio registico L’uomo senza volto, dall’epica muscolare e acchiappa-Oscar di Braveheart alla discussa (e discutibile) odissea gore-biblica de La passione di Cristo, Gibson è stato protagonista di una carriera forse non ancora studiata con sufficiente attenzione. Risultati diseguali, i suoi, che riflettono una personalità complessa e sfuggente persino nelle sue affermazioni più smaccate, nelle quali più che mai l’artista si sovrappone con l’uomo (e con sue, altrettanto discutibili, uscite pubbliche). Un percorso artistico che prosegue, con intatta carica problematica, con questo La battaglia di Hacksaw Ridge, già presentato fuori concorso a Venezia.

Nel narrare la storia, praticamente unica nel suo genere, di un soldato che rifiuta di sparare, Gibson gioca con le contraddizioni e i paradossi, interrogandosi sul senso stesso dell’evento bellico e sulla sua stessa carica paradossale (salvare delle vite eliminandone altre). In questo cortocircuito, il regista si appropria dei codici del war movie classico, di cui restituisce tutta la deflagrante fisicità: colorandoli però di un iperrealismo che è figlio della sua formazione e del suo stesso modo di intendere il cinema. L’orrore bellico diviene una grandguignolesca danza di morte, una mostra senza soluzione di continuità di sangue, corpi smembrati e devastati e lacrime, con derivazioni vicine all’exploitation, ma con un inedito portato quasi martirologico (incarnato nella figura del protagonista, un Andrew Garfield che dopo Silence si cimenta di nuovo con una spiritualità più che mai carnale). E la figura storica di Desmond diventa, nel film, un tutt’uno con la lettura (più che mai sovrapposta alla sua vicenda personale) che il regista sceglie di darne.

Trailer:

PRO

Difficile non restare colpiti dalla forza della messa in scena del film di Gibson, ma anche dall’intrinseca coerenza, narrativa e contenutistica, della sua trattazione. Altrettanto provocatorio (nel senso migliore del termine) che in passato, ma molto più controllato nel rapporto tra la portata dei temi evocati e la loro traduzione in immagini, il regista delinea un personaggio complesso, sfaccettato, tutt’altro che monolitico e in costante rapporto con una realtà che (come suo padre, un perfetto Hugo Weaving, gli aveva predetto) rifiuta di adeguarsi alle sue esigenze. Il lavoro degli attori, così come la loro direzione, è impeccabile (con in testa ovviamente Garfield e il già citato Weaving) ma è l’attenzione della regia ai simboli e al loro rovesciamento (la cinta e il mattone, nel prologo, che da elementi di offesa divengono oggetti salvifici), a dare l’idea della prosecuzione, nel film, di un discorso autoriale che potrà lasciare perplessi per le sue implicazioni, ma di cui va riconosciuta la portata e la coerenza. La rappresentazione in sé della battaglia, di una fisicità che, pur sconfinando nell’iperrealismo, chiama lo spettatore a un coinvolgimento pressoché totale, è un lungo, impeccabile pezzo di cinema, perfettamente leggibile nella sua messa in scena quanto vivo e diretto.

CONTRO

Quello di Mel Gibson resta, ovviamente, un cinema non avvezzo alle mezze misure, e non adatto a chi cerchi nella Settima Arte la suggestione, l’understatement, la capacità di lasciar trapelare degli assunti senza urlarli in faccia allo spettatore. Il percorso del regista statunitense è semmai perfettamente opposto, ed è l’equivalente di un pugno ben assestato allo stomaco di chi guarda (ma anche alle sue più radicate certezze). Gibson ha l’impeto di un predicatore (e questo potrebbe – e può – indisporre alcuni spettatori) ma i suoi sermoni mettono in crisi e sradicano convinzioni, anziché instillarne di nuove. Per questo, anche ne La battaglia di Hacksaw Ridge il soggetto, e il punto di vista del regista su di esso, mantengono la loro naturale carica problematica, il loro carattere di oggetti quasi “offensivi” per larghi strati di pubblico, ma anche una loro forza espressiva, difficile da sottovalutare.

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Marco Minniti

 
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