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LA BATTAGLIA DEI SESSI

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
3/ 5


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Pro


Film efficace nella delineazione del privato dei due protagonisti, aiutato in questo dalle ottime prove di Emma Stone e Steve Carell.

Contro


Laddove lo sguardo dei registi si allarga, puntando a un più complessivo affresco degli anni ‘70 e delle sue contraddizioni, il film denuncia i suoi limiti, in un approccio eccessivamente schematico.


In breve

1973: la campionessa di tennis californiana Billie Jean King abbandona polemicamente gli U.S. Open, in segno di protesta contro il livello delle retribuzioni per le atlete donne, sensibilmente più basso rispetto a quello degli uomini. La donna si mette alla guida di un gruppo di atlete ribelli che condividono la sua battaglia, dando vita a un nuovo torneo nazionale. Mentre l’iniziativa della tennista ottiene un grande risalto presso i media statunitensi, l’ex campione di tennis (e ora giocatore incallito) Bobby Riggs, intravede la possibilità di enormi guadagni sfidando apertamente la donna. In una società ancora ancorata ad un rigido sessismo, Riggs finisce per incarnare il più becero tradizionalismo maschilista: il match, che balza presto all’attenzione dei media di tutto il mondo, passerà alla storia come “la battaglia dei sessi”.

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Posted 17 ottobre 2017 by

 
Recensione completa
 
 

Alla sua opera terza, dopo due film caratterizzati da una dimensione da commedia indie (i fortunati Little Miss Sunshine e Ruby Sparks) la coppia formata da Jonathan Dayton e Valerie Faris, compagni sul set come nella vita, cambia registro e amplia le sue ambizioni. Quello che i due cineasti puntano a raccontare in questo La battaglia dei sessi, infatti, è molto più di un semplice evento sportivo e mediatico: il match tra la giovane Billie Jean King e lo stagionato Bobby Riggs rappresentò una sorta di spartiacque, un momento di passaggio in cui il tennis femminile statunitense (e non solo) avrebbe acquisito definitivamente uno status di eguale dignità rispetto al suo corrispondente maschile. Un passaggio che, in piena epoca di rivendicazioni femministe, avrebbe costituito uno dei tanti tasselli di una lotta per l’emancipazione destinata a protrarsi ben oltre il decennio (entusiasmante e contraddittorio) degli anni ‘70.

Andando ad inserirsi in un filone fecondo e florido per il cinema statunitense, ovvero quello che lega importanti istanze sociali ad alcune iconiche figure dello sport (ne è un esempio il recente Race – Il colore della vittoria), il film di Dayton e Farris si muove costantemente tra la dimensione pubblica e quella privata dei due protagonisti, seguendone parallelamente (giustapponendoli) i diversi percorsi. In questo, la figura di una Billie Jean King magnetica e obliqua, interpretata con un’ottima aderenza mimetica da Emma Stone (reduce dall’Oscar per La La Land) si contrappone alla calcolata cialtroneria del Riggs col volto di Steve Carell, giocatore incallito e rappresentante di un maschilismo talmente sopra le righe da risultare (volutamente) difficile da prendere sul serio. C’è inoltre spazio, in una vicenda tipicamente calata nel suo tempo, per la love story clandestina (ma in seguito destinata a venire alla luce) della tennista con la sua parrucchiera, qui ben incarnata da una fragile Andrea Riseborough.

Trailer:

PRO

Abili nel descrivere (trasfigurandola) la dimensione più piccola e intima dei loro personaggi, Dayton e Faris danno il loro meglio laddove la sceneggiatura si concentra sul privato dei due contendenti, esplorandone la quotidianità (e il suo conseguente sconvolgimento) e i rapporti con le figure a loro più prossime. In questo, molto fanno le ottime prove della Stone e di Carell, ma anche la scelta del grado di distorsione grottesca (funzionale, non tale da scadere nella caricatura) di alcune situazioni, in special modo quelle che coinvolgono la figura di Riggs. Interessante, anche se irrisolta, si rivela inoltre la love story della protagonista col personaggio interpretato dalla Riseborough, messa in scena con misura e intelligenza; in un approccio caratterizzato (all’interno di un contenitore certo non all’insegna dei toni sussurrati) dal giusto grado di credibilità e understatement.

CONTRO

Laddove amplia la sua visuale e punta a fare più complessiva fotografia degli anni ‘70 e del sessismo in essi (ancora) insito, La battaglia dei sessi perde di efficacia, denunciando una certa convenzionalità di approccio. Tutto, nel portato “sociale” del confronto tra la King e Riggs, è delineato all’insegna dello schematismo, di un percorso semplicistico e risaputo che taglia con l’accetta i personaggi (tra questi, il gretto ex tennista col volto di Bill Pullman) e banalizza oltremodo la dialettica (sociale e culturale prima che sportiva) che il match incarnò. La sceneggiatura sceglie la via più facile per narrare i due opposti percorsi che portano i due contendenti l’uno di fronte all’altra, montando (laddove lo sguardo si allarga a una dimensione più ampia rispetto a quella più prossima ai due personaggi) un climax inutilmente e grossolanamente enfatico. Appesantito da una colonna sonora inutilmente invadente, il film pecca così di superficialità nella rappresentazione della dimensione collettiva dell’evento, denunciando la scarsa dimestichezza dei due registi con vicende dal respiro più ampio e tendenti a un approccio in certa misura “epico”.

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Marco Minniti

 
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