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KUBO E LA SPADA MAGICA

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
4/ 5


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Pro


Visivamente affascinante, dal grande potenziale immersivo, ricco di lirismo e sostanza, rispettoso dei suoi riferimenti culturali senza perdere la sua natura universale.

Contro


Non ci sono reali difetti. Resta comunque un modello di animazione “adulta”, che (pur non tralasciando nessuna categoria di pubblico) necessita un minimo di maturità nello sguardo.


In breve

In un Giappone antico, sospeso tra storia e mito, si muove Kubo, giovane cantastorie capace di dar vita, col suono del suo shamisen, agli origami che usa per mettere in scena i suoi racconti. Kubo, orfano di padre, deve badare a sua madre, nobile caduta in rovina, segnata dal lutto e dalla mente ormai evanescente. La donna ha dato a suo figlio un’unica raccomandazione: mai fermarsi all’aperto dopo il tramonto. Quando questa disposizione, durante una festa del villaggio, viene infine trasgredita, il prezzo da pagare per il ragazzo è alto: su Kubo si abbatte infatti l’ira del crudele Re Luna e delle malefiche gemelle, rispettivamente padre e sorelle di sua madre, venuti a saldare un antico conto familiare. Col suo ultimo respiro di vita, la donna riesce a dar vita all’amuleto di suo figlio, che diviene la protettiva scimmia Monkey. I due, con l’aiuto dell’insetto antropomorfo Beetle, dovranno così imbarcarsi in un viaggio attraverso il Giappone: l’oggetto della loro ricerca sono le tre parti dell’armatura del padre di Kubo, unico strumento che potrà sconfiggere i suoi persecutori.

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Posted 3 novembre 2016 by

 
Recensione completa
 
 

Se i maggiori studi di animazione occidentali hanno ormai sposato, quasi integralmente, la tecnologia digitale, c’è chi nel settore ha scelto di intraprendere, con coraggio e consapevolezza, altre strade. Fin dai tempi di Coraline e la porta magica, la Laika Entertainment ha infatti sposato in toto la tecnologia della stop-motion, andando a contrapporre alla perfezione del digitale il gusto di un artigianato che (pur affinato e perfezionato dalle metodiche moderne) rimanda a una concezione altra del genere; bagnata nella manualità e in una risalita alle radici che non ha paura di confrontarsi con la tecnologia (3D compreso). Una differenza marcata anche dalle tematiche affrontate dallo studio americano, spesso all’insegna del dark e di un universo immaginifico complesso e composito.

In tale universo va ad inserirsi ora, con questo Kubo e la spada magica (in originale un più pertinente Kubo and the Two Strings), l’omaggio all’immaginario del Giappone antico, declinato nella sua versione più mitologica e fantastica. Un immaginario tramandato negli ultimi decenni da manga, anime e film live action, che l’opera di Travis Knight (presidente dello studio, qui al suo esordio in cabina di regia) dimostra di conoscere e saper rimasticare. La vicenda del giovane Kubo, viaggio epico e romanzo di formazione, si nutre di suggestioni che mescolano buddismo e shintoismo, reincarnazione ed esaltazione del ruolo degli spiriti naturali, omaggio alle leggende popolari (non mancano i riferimenti al classico Journey to the West) e loro reinterpretazione attraverso i prodotti dell’odierna cultura di massa.

Su tutto, un’avventura che, attraverso la struttura del racconto di formazione, riesce a mantenersi universale nelle sue coordinate, offrendo inoltre una ricognizione sull’importanza dei legami affettivi (familiari in primis) che resta facilmente decodificabile da tutte le categorie di spettatori. Rifiutando, malgrado la facile individuazione di eroi e antagonisti, una distinzione manichea e priva di sfumature tra bene e male.

Trailer:

PRO

Avventura ricca di fascino, capace di ricostruire un intero universo con la forza affabulatoria del cinema, Kubo e la spada magica è un ulteriore saggio delle potenzialità creative (e tecniche) dello studio di Travis Knight. C’è una consapevole concordanza tra le modalità produttive del film (una stop-motion dall’esibita natura artigianale), l’esaltazione di una “magia” tutta fisica e manuale negli origami creati dal protagonista, e il concetto buddista del wabi-sabi (elogio della caducità e dell’imperfezione) che è sotteso a tutta la storia. Il film di Knight, forte di una sceneggiatura equilibrata e priva di cadute di tono, riesce a coinvolgere un pubblico trasversale, grazie all’immediata leggibilità dei suoi riferimenti, a un humour che dà tono alla storia senza mai debordare, a un ritmo sostenuto che non impedisce la delineazione coerente ed armonica dei tre personaggi principali. I fondali digitali, dalla consistenza fisica e di suo “tridimensionale”, si integrano al meglio con le figure animate a passo uno, creando una logica immersiva che rapisce ed ammalia. Così come ammalia l’intero apparato concettuale della storia, sostanziato anche in un finale che (coerentemente con le sue premesse) si fa esaltazione di una “rinascita” tale da contemplare (anche) la compresenza degli opposti.

CONTRO

Non esistono veri e propri difetti, nel film di Knight. Si può rimarcare l’ovvia considerazione per cui si tratta di animazione “adulta”, malgrado il suo cotè da film avventuroso dedicato a un pubblico generalista: non esclude i più giovani dal suo bacino di utenza, ma necessita, per essere fruito al suo meglio, di uno sguardo con un certo grado di maturità e consapevolezza. A ciò, aggiungeremmo l’infelice scelta del titolo italiano, con un grado di attinenza basso (al punto da diventare fuorviante) con la sostanza della storia: ci si chiede se una traduzione letterale del titolo originale avrebbe davvero danneggiato così tanto l’appeal commerciale del film.

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Marco Minniti

 
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