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KONG: SKULL ISLAND

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
3/ 5


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Pro


Divertissment scatenato, gradevole per i fans del personaggio e dei monster movie in genere, interessante per il suo trasportare le logiche del b-movie nel moderno blockbuster.

Contro


La mancanza di una vera sceneggiatura, e la presenza di ingenuità che sarebbero stati ben altrimenti perdonabili in un vero b-movie, si fanno inevitabilmente sentire.


In breve

1973: grazie alle tecnologie satellitari, la società paragovernativa Monarch scopre l’esistenza di un’isola nel Pacifico non ancora esplorata dall’uomo. L’agente William Randa, responsabile del progetto Monarch, e convinto sostenitore di teorie scientifiche non convenzionali, riesce a ottenere dal governo la facoltà di reclutare una squadra per esplorare l’isola. L’uomo è convinto che sul luogo possano vivere specie non ancora conosciute alla scienza, che un tempo colonizzarono il pianeta. Giunta sul posto, la squadra, composta da scienziati, civili e militari, si imbatte in una gigantesca scimmia di nome Kong, che sentendosi attaccata reagisce abbattendo alcuni degli aerei giunti sull’isola. I superstiti si rendono presto conto che Kong è solo una delle incredibili creature che abitano l’isola: sul luogo è infatti in corso una guerra per il predominio del territorio, che vede l’enorme gorilla opposto a un’orda di spietati predatori, gli “strisciateschi”. Ma, tra i membri della squadra, il Colonnello Packard è strenuamente convinto della necessità di eliminare Kong…

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Posted 9 marzo 2017 by

 
Recensione completa
 
 

In un periodo di franchise e di continuity spinta, di universi “estesi” oltre il singolo film (e a volte oltre le dimensioni stesse dello schermo cinematografico) anche i mostri classici del cinema fantastico vogliono (e ci mancherebbe) il loro posto al sole. Che King Kong sia stato già fatto oggetto una revisione recente (e che revisione) ad opera di un regista come Peter Jackson, in fondo poco importa. Il progetto della Legendary Pictures di far dialogare (e scontrare) il suo Godzilla (ri)nato nel 2014 e questo nuovo Kong, non può non solleticare il gusto, intrinsecamente bambino, del fan. In fondo, il cinema fantastico più ingenuo, quello di qualche decennio fa, a questi crossover ci aveva già abituato. E l’introduzione dei restanti mostri della giapponese Toho, Mothra, Rodan e King Ghidorah, suona in questo senso come più di una promessa.

Questo Kong: Skull Island nasce quindi con premesse ben diverse da quelle (all’insegna della filologia) che animarono il film di Jackson del 2005. A unire le due opere, solo la sontuosità del cast (qui con in prima linea Tom Hiddleston, Samuel L. Jackson, John Goodman e Brie Larson), le meraviglie digitali, la generale confezione da blockbuster. Ma non ci vuole molto ad individuare nel film di Jordan Vogt-Roberts (al suo attivo la commedia indipendente The Kings of Summer) uno spirito ben più irriverente e ironicamente giocoso, che mescola l’exploitation a frammenti di satira politica, che usa il soggetto per prendere di petto il rimosso del Vietnam attraverso la parodia di alcuni classici (Apocalypse Now su tutti). Un ritratto al fulmicotone dell’America anni ‘70 attraverso una delle sue icone fantastiche, che però sceglie di non prendersi (almeno non direttamente) sul serio. Giocando al contrario coi mostri, di cui (a dispetto del realismo del digitale) non viene mai messo in dubbio il carattere fittizio.

Trailer:

PRO

Fin dal prologo, si intuisce quale sarà il mood di questo Kong: Skull Island: quello di Jordan Vogt-Roberts è un divertissment che ci immerge in un universo altro, in cui i mostri esistono, sono tanti e fanno un gran baccano; ma a guardarli da fuori non si può che restare con un gran sorriso stampato sulla bocca. Le meraviglie del digitale (e del 3D) si coniugano qui a un mood da b-movie, che gioca con l’accumulo di situazioni fantastiche e sopra le righe, che smonta da subito ogni possibile climax emotivo, che aggredisce la verosimiglianza con spirito cartoonesco e sanamente naif. L’eccesso, la voluta mancanza di misura, la calcolata frustrazione di qualsiasi senso di epica (compresa la mitologia che pure lo script abbozza) attraverso l’esibito macchiettismo dei personaggi, rendono il film un’operazione interessante: un prodotto che tenta di trasportare nell’universo del blockbuster logiche estetiche nate altrove. I riferimenti al Vietnam, la pur affettuosa parodia del capolavoro di Coppola, la messa alla berlina dell’establishment militare americano, non tolgono nulla al carattere di un’operazione che resta sostanzialmente ludica: pur traendo, dal suo soggetto, gli umori sociali del periodo in cui sceglie di ambientare la storia.

CONTRO

La sostanziale mancanza, nel film, di una vera sceneggiatura (intesa come racconto cinematografico coerente ed organico) si fa sentire, nonostante il voluto carattere sopra le righe dell’intera operazione. In un film che resta un blockbuster, che nella confezione e nel cast (quest’ultimo ben poco ragionato) non fa nulla per nascondere la sua collocazione produttiva, si è molto meno disposti a perdonare la mancanza di controllo narrativo, nonché l’accumulazione a volte random di sequenze d’azione prive di vera funzionalità. Il recupero di un’idea di cinema da b-movie, per funzionare, doveva probabilmente spingersi più in là, ed arrivare ad adottare una confezione ugualmente cheap: riflettendo, sul suo referente, come fecero (ad esempio) Tarantino e Rodriguez nel loro Grindhouse. Ma questo tipo di operazione, evidentemente, non è nelle corde del regista Jordan Vogt-Roberts, e forse neanche gli interessa. Questo Kong: Skull Island resta quindi un divertissment che si fa guardare con piacere, che solletica con efficacia l’anima più ludica dello spettatore cresciuto con i film a cui rivolge il suo sguardo, ma che resta (inevitabilmente) prigioniero di uno steccato (quello del mainstream) che non vuole e non può abbattere.

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Marco Minniti

 
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