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KNIGHT OF CUPS

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
2.5/ 5


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Pro


Visivamente non privo di fascino, espressione di una radicalità di approccio al cinema di cui non può non colpire la coerenza.

Contro


Sfilacciato, all’insegna di un formalismo spesso stucchevole, il film gira su se stesso, reiterando temi e motivi visivi, e rendendo ardua e poco gratificante la visione.


In breve

Rick, star di Hollywood, vive la sua vita tra party, flirt e locali notturni, ma è perennemente insoddisfatto. La sua ex moglie è ancora innamorata di lui, ma lui continua a passare da una breve relazione all’altra, incapace di stabilità. Suo fratello Barry, da poco trasferitosi a Los Angeles, sta ancora cercando di riprendersi dalla scomparsa dell’altro fratello dei due, Billy; suo padre, che pure vive in città, è alle prese con i sensi di colpa per questa perdita. La vita di Rick scivola nella perenne ricerca di qualcosa che sia in grado di elevarlo, tra la sempre frustrata aspirazione alla trascendenza e l’incapacità di staccarsi da una materialità che ha perso per lui qualsiasi attrattiva. Tutte le persone che incontra, tuttavia, sembrano fornirgli un messaggio segreto, tradotto in una carta degli antichi tarocchi. Forse, per Rick, la trasformazione è davvero a portata di mano.

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Posted 9 novembre 2016 by

 
Recensione completa
 
 

Ha stupito in tanti, nel corso degli ultimi anni, l’improvvisa prolificità di Terrence Malick, che ha di fatto inaugurato una fase nuova nella carriera del regista americano. Dai quattro film in più di un trentennio che vanno da La rabbia giovane (1973) a The New World – Il nuovo mondo (2005) ai quattro del quinquennio che inizia con The Tree of Life (2011) e arriva fino al recentissimo Voyage of Time, presentato nel corso dell’ultima Mostra del Cinema di Venezia; e il nuovo Weightless, girato come questo Knight of Cups nel 2012, è già schedulato per il prossimo anno. Due fasi quasi speculari, nella carriera di Malick, due approcci opposti al cinema e alla stessa idea del fare film, susseguitisi in ordine inverso rispetto a quanto il senso comune suggerirebbe.

Ma il senso comune, si sa, non abita propriamente dalle parti del cinema, e dell’immaginario, che popolano i film di Malick. Qui, il regista scarnifica ulteriormente la componente narrativa del suo cinema, giungendo a un passo dall’astrazione pura; la struttura è quella del flusso di coscienza, ma è un flusso di coscienza polifonico, che di volta in volta dà voce al protagonista (un problematico Christian Bale) e ai tanti personaggi con cui entra a contatto. Tanto è scarnificato e volutamente rapsodico il racconto, in Knight of Cups, quanto è sovraccarico l’impianto visivo: un susseguirsi di morbidi carrelli alternati a momenti di pura contemplazione, di riprese homemade girate indifferentemente in analogico e in digitale, di opprimenti paesaggi urbani giustapposti alle landscape maestose situate appena fuori Los Angeles.

Su tutto, il contrasto tra contemplazione e materialità, immanenza e trascendenza, corpo/prigione e sempre frustrata ricerca della dimensione spirituale; in una struttura che sembra costantemente tendere ad aprirsi per poi ripiegare su se stessa, tornando ad esplorare gli stessi luoghi, e a far parlare gli stessi personaggi. Coerentemente con la ricerca del protagonista, la cui esistenza, come un elastico, cerca la trascendenza ma poi viene costantemente sospinta indietro, in una rapsodia di volti, luoghi e corpi sempre diversi, eppure alternatisi con metodica regolarità. Con l’impressione, malgrado tutto, di una costante disponibilità alla ricezione del nuovo, nella figura del protagonista (e di una tensione verso la trasformazione) che carica di inespressi auspici la conclusione del film.

Trailer:

PRO

Si può contestare, legittimamente, la svolta astratta e formalista dell’ultima fase della carriera di Malick, ma non si può non riconoscere l’intatto fascino che emana dalle immagini messe in scena dal regista. Il suo è un cinema che, con questo Knight of Cups, ha fatto un passo decisivo verso l’anti-narrazione, verso una struttura slegata da ogni consequenzialità, verso il flusso di coscienza a più voci che si mescola col puro piacere contemplativo. Una scelta di registro estrema, discutibile ma animata, alla sua base, da un’indubbia coerenza. Ci si perde nelle sue immagini, e ci si lascia andare al piacere ipnotico della visione laddove si sia disposti (e non è facile) a stare al “gioco” del regista americano. Diversamente, ci si può limitare a riconoscere la radicalità (e l’onestà intellettuale) di un’operazione certamente ostica, discutibile quanto coerente con gli assunti che l’hanno ispirata.

CONTRO

Il rifiuto, stavolta totale ed esplicito, di Malick nei confronti di una narrazione classica, l’impianto da free jazz tradotto in immagini (sembra un paradosso, considerata la scelta delle composizioni nel segno della musica classica), il reiterarsi di motivi visivi ed elementi scenografici (gli interni lussuosi dei loft hollywoodiani, gli imponenti palazzi losangelini, il deserto, la Death Valley, la spiaggia e le estemporanee corse che la solcano) compongono stavolta un insieme sghembo e poco compatto, sfilacciato quanto obiettivamente arduo da seguire nella sua interezza. Quello del regista americano, qui, è esibito formalismo, che non può non suscitare ben più di un dubbio di compiacimento: anche perché, laddove le tematiche più all’insegna della trascendenza (molto care al regista nelle sue ultime prove) restano involute e prive di un reale approfondimento, quelle più concrete, legate all’esistenza terrena del protagonista e alla sua biografia, vengono reiterate ben oltre il dovuto. Knight of Cups sembra girare costantemente su se stesso, tornando più e più volte (volutamente, ma non per questo in modo meno stucchevole) sui suoi motivi e temi portanti; veicolando l’idea (non esattamente nuova, né di particolare complessità) di un generico mal di vivere, e di una altrettanto generica aspirazione alla trasformazione personale, oltre che a un amore idealizzato e salvifico. Il modo in cui Malick esprime queste istanze è all’insegna di un sovraccarico visivo ricercato, di un estetismo innamorato dei suoi svolazzi, quanto poco giustificato narrativamente, che rendono la visione obiettivamente faticosa e poco gratificante.

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Marco Minniti

 
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