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KINGSMAN – IL CERCHIO D’ORO

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
3.5/ 5


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Pro


Ottima regia, ritmo capace di tenere per tutta la durata del film, efficaci inserti nel cast per un’avventura ancor più “globale” rispetto alla precedente.

Contro


Parte della novità rappresentata dal primo film si è un po’ ridimensionata. Il parossismo dell’azione ha in parte sacrificato il lato vintage dell’operazione.


In breve

Divenuto ormai a pieno titolo un agente dei Kingsman, Gary “Eggsy” Price è involontario testimone della distruzione del quartier generale dell’organizzazione, e dell’uccisione di un suo amico. Dietro l’attentato sembra esserci un ex agente legato al “Cerchio d’oro”, un’organizzazione di narcotrafficanti guidata dalla spietata Poppy, ex scienziata ora votatasi al crimine. La folle criminale ha messo in atto un piano di contaminazione globale con cui ha deciso di ricattare il governo degli Stati Uniti: tutte le droghe illegali sono state infatti contaminate da un composto chimico letale, che provoca dapprima una reazione allergica, poi uno stato allucinatorio, e infine la paralisi e la morte. Poppy chiede al Presidente l’immediata legalizzazione di tutte le droghe sul territorio nazionale, e il riconoscimento per la sua organizzazione di legittimo produttore di sostanze stupefacenti; solo in quel caso, sarà distribuito su scala globale l’antidoto al veleno. Mentre il governo statunitense sembra orientato a cedere alle pressioni della criminale, i Kingsman si mettono in contatto coi loro omologhi americani, gli Statesman, nel tentativo di sventare la minaccia.

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Posted 25 settembre 2017 by

 
Recensione completa
 
 

Il successo del precedente Kingsman – Secret Service, nonché il suo finale “aperto”, che quasi ammiccava all’ipotesi di un sequel, avevano reso tutt’altro che imprevedibile la produzione di questo Kingsman – Il cerchio d’oro. Un nuovo episodio che vede la conferma della squadra creativa che aveva dato vita al precedente film, a partire dal regista Matthew Vaughn (da sempre a suo agio col registro più pop/fumettistico – vedi il primo Kick-Ass), proseguendo con la co-sceneggiatrice Jane Goldman, per finire con un cast che vede confermata la presenza di Colin Firth, Taron Egerton e Mark Strong, affiancati per l’occasione da una Julianne Moore nell’insolito ruolo di villain. Un cast che, confermando la natura pop e scanzonata della serie, è stato persino arricchito dalla presenza di un autoironico Elton John nel ruolo di se stesso, in una posizione che si rivelerà tutt’altro che secondaria per l’evolversi della storia.

Accantonata la necessità della fase “formativa” del film precedente, incentrata sull’addestramento e la presa di coscienza del protagonista, il plot di questo sequel può dispiegarsi in un’avventura che si estenderà dal Regno Unito fino alle foreste cambogiane, passando per il Texas e le Alpi italiane; un palcoscenico globale condito da una buona dose di esotismo, mutuata dai modelli a cui Vaughn ancora una volta sceglie di guardare. Questo nuovo franchise si conferma un’affettuosa e autoironica destrutturazione dello spy movie bondiano, passato attraverso la lezione di Mission: Impossible e della saga di Jason Bourne, e portato sullo schermo con l’impeto di un film di Hong Kong degli anni ‘80. Le armi ipertecnologiche e l’umorismo british, la monodimensionale caratterizzazione dei nemici, si accompagnano a una gestione parossistica e cartoonesca delle scene d’azione, che ne depotenzia (volutamente) la carica di violenza.

Insieme a ciò, un’ancor più presente attenzione alla costruzione in senso “musicale” dell’azione (una caratteristica, quest’ultima, che sempre più sta caratterizzando l’action movie occidentale – vedi il recente caso di Baby Driver), un’ironica giustapposizione della freddezza ed eleganza british all’istintualità e spontaneità tipicamente yankee (incarnata dal personaggio di Channing Tatum), l’affettuoso recupero di una star come Jeff Bridges in un ruolo secondario, nonché l’introduzione nella vicenda di un motivo come quello dell’amnesia, con tutte le conseguenze e le implicazioni del caso. Le potenzialità del soggetto, dal sapore vintage eppure perfettamente in linea con le regole della serialità moderna, ispirato a un fumetto dello scozzese Mark Millar, non si esauriscono certo con questo secondo episodio; rendendo tutt’altro che improbabile (botteghino permettendo) un’eventuale prosecuzione della saga.

Trailer:

PRO

In questo secondo episodio, Matthew Vaughn conferma quanto di buono aveva già mostrato nel film precedente, premendo a tratti ancor più sul pedale della violenza parossistica, ampliando il palcoscenico dell’azione e trasmettendo un’impressione di freschezza e levità che resta tutt’altro che scontata per un sequel. La sceneggiatura non preme troppo sulle implicazioni potenzialmente “proibizioniste” del soggetto, trattando il tema del narcotraffico come un semplice spunto, e mettendo anzi alla berlina (in modo magari un po’ risaputo, ma efficace) un certo atteggiamento fintamente intransigente da parte della politica riguardo al tema. Le new entry del cast, a partire dall’efficace villain col volto di Julianne Moore, per continuare con un Channing Tatum a tratti irresistibile, nonché con la già citata, divertita presenza di Elton John, fanno bene il loro; il ritmo narrativo tiene bene, mentre il racconto si fa inevitabilmente più “collettivo” e meno concentrato sul personaggio interpretato da Taron Egerton. La regia di Vaughn si dimostra ancora una volta perfetta per le esigenze del genere, citando a piene mani l’action movie di Hong Kong e sfruttando bene la fisicità dei protagonisti, ma anche il mood tecnologico e vagamente sci-fi che caratterizza l’intera storia.

CONTRO

Il senso di novità (relativa) che aveva caratterizzato il precedente Kingsman – Secret Service si è qui, inevitabilmente, un po’ ridimensionato. Il palcoscenico maggiormente globale dell’azione, e l’accentuazione del lato parodistico e cartoonesco delle sequenze d’azione, vanno un po’ a sacrificare l’aspetto più vintage e citazionistico della saga, ridimensionando anche quella componente british (mutuata direttamente dallo spy movie bondiano) che era ben presente e visibile nel film precedente. Contrappassi inevitabili alla scelta di accentuare il lato più scanzonato (e insieme disancorato dalla credibilità) del soggetto, aprendo ulteriori sviluppi per la sua eventuale prosecuzione.

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Marco Minniti

 
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