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JANARA

 
JANARA loc def
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Scheda
 

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Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
3.5/ 5


User Rating
5 total ratings

 

Pro


Bella regia, visivamente matura e avvolgente, location ricche di fascino, eccellente colonna sonora.

Contro


Fotografia “pulita” e asettica, poco in linea col clima della storia, qualche incertezza di sceneggiatura.


In breve

San Lupo, in provincia di Benevento. Marta, nativa del luogo trasferitasi a Roma, è costretta a tornare in paese a causa della morte improvvisa di suo nonno, un anziano fotografo. La ragazza, sposata con Alessandro e in attesa del primo figlio, dovrà discutere con sua sorella dell’eredità del defunto; ma, non appena tornata in paese, l’atmosfera chiusa e opprimente del luogo la investe con la stessa forza di un tempo, e con essa l’ostilità mai sopita della sorella, che non le ha perdonato di aver abbandonato la famiglia. San Lupo sta ancora vivendo la ferita della misteriosa ondata di rapimenti di bambini avvenuta qualche anno prima, che ne decimò la popolazione infantile; il responsabile dei rapimenti non è stato mai trovato, ma in paese la paura si mescola ormai alla superstizione. La gente, infatti, è sempre più convinta che dietro ai rapimenti ci sia la Janara, una strega che trovò la morte sul rogo secoli prima nella cittadina, e che avrebbe lanciato una maledizione sui suoi abitanti; appena Marta rimette piede a San Lupo, si rende conto che il suo legame coi misteriosi eventi occorsi in paese, e con la stessa leggenda della strega, è più profondo di quanto credesse. Quando l’ennesimo evento tragico colpisce il figlio di una sua amica, in paese si riaccende la psicosi, mentre lei stessa si rende conto di dover agire per fermare la catena di delitti.

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Posted 27 giugno 2015 by

 
Recensione completa
 
 

Tra gli esordi più interessanti degli ultimi anni, nel vivace panorama del cinema indipendente italiano, possiamo collocare senz’altro questo Janara, opera prima del trentatreenne napoletano Roberto Bontà Polito. Per questo suo esordio nel lungometraggio, già oggetto di una limitata distribuzione in sala e ora approdato al Fantafestival di Roma, Polito sceglie il genere dell’horror antropologico: per far questo, va a scavare nei miti e nelle suggestioni delle terre del Sannio, recuperando una leggenda (quella delle Janare, streghe del folklore locale) ancora ben viva nella memoria e nei racconti del luogo. Legando dunque una figura che è parte integrante delle tradizioni folkloriche di quelle terre, con la descrizione di una comunità chiusa, arroccata su se stessa e autoreferenziale, Polito porta a termine un’operazione che ha qualche legame con il recente Controra; altro horror, quest’ultimo, che sfruttava le location di un’assolata località del sud Italia (pugliese, nella fattispecie) per metterne in evidenza, come contrappunto, il lato più oscuro. Come già il film di Rossella De Venuto, Janara si muove tra la descrizione puntuale di una comunità in cui tutti hanno i propri segreti, e in cui la forza dei legami primari si trasforma in una morsa opprimente, e un elemento fantastico che vede le ossessioni e le colpe degli uomini personificarsi in una figura­simbolo. L’orrore della strega e delle sue azioni si lega alla cattiva coscienza di un crimine sepolto nel passato, mentre intorno alla giovane coppia si agita un universo umano in cui tutti mostrano una faccia illusoria, a nascondere i propri segreti, orrori e scopi nascosti. Come la foto scattata dal nonno della protagonista, che imprigiona la Janara nello spazio di un’immagine, che la nasconde in superficie ma la lascia apparire a chi ha la forza (o la volontà) di guardare con più attenzione. Una “prigione” che forse, stavolta, non basterà a contenerne l’irresistibile impeto distruttore.

Trailer:

PRO

Polito mostra di conoscere le regole del genere, e le utilizza al meglio in una regia suggestiva, dall’incedere lento e avvolgente, sempre sospesa tra i dettagli di una realtà crudele (ricostruita con la puntualità dell’occhio antropologico) e ampie aperture oniriche. L’orrore di Janara non consiste (quasi) mai in momenti­shock o in bassi espedienti di genere, ma in un clima che è insieme suadente e respingente, fascinoso e destabilizzante, proprio come l’atmosfera che la giovane protagonista (ri)trova tra i suoi compaesani. In questo doppio binario, nell’andirivieni tra l’orrore terreno e concreto di una comunità che ha costruito la sua stessa sopravvivenza sulla menzogna, e la personificazione onirica e fantastica del male, si muove tutta la costruzione narrativa del film; che si avvale anche di un’eccellente colonna sonora, che mescola suoni moderni a motivi folklorici tradizionali, nenie infantili a voci e suoni in grado di attivare profonde (e irrazionali) risonanze emotive.

CONTRO

Una fotografia forse eccessivamente “pulita” e asettica, dalla fattura televisiva e priva della grana necessaria per restituire il look opprimente del luogo, è forse il difetto principale del film di Polito, quello che ne limita in parte il potenziale visivo. Va sottolineata anche qualche incertezza di sceneggiatura, e una gestione a volte non proprio limpida della coesistenza tra detection e fantastico, tra i tentativi di dipanare la matassa del mistero che avvolge la città, e la presenza sempre più consistente dell’elemento sovrannaturale. La stessa risoluzione della vicenda, concentrata in una figura che già legittimava da principio un’attenzione “particolare”, può risultare in sé abbastanza prevedibile. Un controfinale carico di inquietudine, tuttavia, inatteso nei suoi sviluppi, si incarica in parte di controbilanciare tale limite; introducendo il bel motivo dei titoli di coda, cantato da Eugenio Bennato e Pietra Montecorvino, in linea con i toni cupi e fascinosi dell’intera colonna sonora.

 

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Marco Minniti

 
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