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JACKIE

 
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Pro


Rigoroso, stratificato, magnificamente diretto e interpretato, capace di imbastire una complessa riflessione sulla storia e sulla sua rappresentazione.

Contro


Non ci sono veri difetti. Qui, come altrove, il cinema di Larrain non è comunque adatto a chi voglia un cinema che declami, piuttosto che stimolare interrogativi.


In breve

Dallas, 22 novembre 1963: un colpo di pistola, sparato da Lee Harvey Oswald, pone fine alla vita di John Fitzgerald Kennedy, cambiando per sempre la storia degli Stati Uniti. Pochi giorni dopo, il giornalista di Life Theodore H. White intervista la vedova del presidente, Jacqueline, che racconta la sua vita accanto a suo marito, il suo tentativo di fare della Casa Bianca la “Casa del Popolo”, il sogno incarnato dalla figura di Kennedy e il tragico risveglio di un popolo intero. Soprattutto, la donna descrive la sua realtà di persona improvvisamente a metà, priva di un’identità definita, lei che aveva condiviso la sua vita con l’uomo più potente del mondo. La fine dell’effimero sogno di Camelot (dal nome di uno dei dischi più amati dal presidente) si rispecchia nella brutale consapevolezza di un’esistenza già segnata, all’età di appena 29 anni.

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Posted 24 febbraio 2017 by

 
Recensione completa
 
 

Tre film in poco più di un anno e mezzo. Continua a stupire e ad ammaliare, la carriera di Pablo Larrain, già ricca e complessa (per numero di pellicole e varietà dei temi trattati) nonostante l’ancor giovane età del regista cileno. Dopo Il club (Orso d’oro alla Berlinale 2015) e Neruda (protagonista della Quinzaine des réalisateurs dell’edizione 2016 del Festival di Cannes), Jackie ha scosso e convinto il pubblico del Lido, prima ancora di giungere finalmente nelle sale italiane. Un film, quello dedicato alla più nota first lady della storia americana, che vede l’esordio del regista in terra hollywoodiana, in un’opera che solo apparentemente si adegua (con un’intelligente opera mimetica) ai codici del biopic. Un’operazione attraverso la quale Larrain continua a portare avanti la sua personale riflessione sul potere e sulle sue possibili rappresentazioni.

In Jackie, mirabilmente interpretato da una Natalie Portman mai così brava, è di nuovo l’immagine (nel doppio senso di prodotto finito del medium cinematografico, e di rappresentazione pubblica della realtà) al centro della riflessione del regista, nonché il suo rapporto con la storia e col potere, declinato nelle sue varie forme. L’umanesimo del cinema di Larrain si esprime stavolta in una vicinanza costante, fisica, quasi opprimente, con l’oggetto della sua rappresentazione, di cui si coglie tutta la dolorosa presa di coscienza. L’individuo-Jackie, mai così fuso e sovrapposto con la sua interprete, diviene emblema di una nazione risvegliatasi da un sogno che si scopriva fragilissimo, inciso tra le note gracchianti di un vecchio disco, mai assurto a realtà concreta. Realtà che invece troviamo (rappresentata con grafica brutalità) nel cranio scoperchiato del presidente, nel sangue che macchia la mise della first lady, nell’irruzione della Storia nella parata di un Mito dai piedi d’argilla.

Il tutto viene messo in scena da Larrain con una struttura non cronologica, tra salti temporali, frammenti di memorie e ritorni, con un lavoro sull’immagine che di nuovo si fonde alla riflessione sulla sua funzione: sia laddove questa documenta (nelle sequenze di repertorio) quella storia che unisce dramma collettivo e dolore privato, sia laddove mima, imita e riproduce (con un’operazione che è emblematica del senso stesso del suo oggetto) i documenti audiovisivi d’epoca, la loro consistenza sgranata e la magnetica carica di sogno, presto destinato a trasformarsi in incubo, che emanavano.

Trailer:

PRO

A prima vista, e in special modo se paragonato al precedente Neruda, Jackie potrebbe apparire come un biopic più convenzionale, una concessione di Larrain a una narrazione biografica più classica e meno “astratta” e stratificata. In realtà, la figura di Jacqueline Kennedy diviene qui di nuovo un pretesto per indagare le pieghe della storia, per mettere mano a una vicenda personale che si fa emblema di un rapporto con un potere che annulla l’individuo, la sua biografia e la sua stessa identità, proprio laddove più vi si avvicina. Lo spaesamento espresso dal personaggio interpretato dalla Portman, accompagnato dai salti temporali della narrazione (notevole il montaggio curato da Sebastián Sepúlveda) si accompagna alla sempre maggior vicinanza della macchina da presa alla sua figura, nel tentativo di cogliere quello scarto, quel “di più” che il lutto, con la perdita del centro stesso di un mondo attentamente costruito, sembra aver definitivamente sottratto. Il film di Larrain, con rigore e coerenza, si interroga di nuovo sul potere e sulla sua rappresentazione, utilizzando la potente metafora di una favola (quella di Camelot) per mettere in scena la perdita di innocenza di una nazione: filtrata, quest’ultima, dallo sguardo intimo di chi, di quella vicenda, è stato al centro. Sacrificando ad essa la sua identità, e restando con frammenti di memoria che si traducono (in grande) in quelli di un intero popolo. Consapevoli della loro natura in gran parte fittizia e ingannevole, e tuttavia, a loro modo, irrinunciabili.

CONTRO

Non ha veri e propri difetti, il film di Larrain, almeno per chi conosca le coordinate del suo cinema e le sue modalità di rappresentazione della Storia. Non si può che ribadire l’ovvio: Jackie, come tutte le opere del regista cileno, non è adatto a chi cerchi un cinema che “declama”, che urla assunti, che punta a fornire risposte preconfezionate, piuttosto che suscitare salutari domande. Larrain continua, qui, a mettere il dito nelle pieghe della storia, interrogandosi sul Mito e sulle sue ricadute nel privato di chi vi ha vissuto a contatto: ma la sua trattazione non vuole certo fornire risposte, quanto semmai stimolare ulteriori interrogativi, quali parte di una ricerca sempre, e più che mai, in corso. Quella che il suo cinema continua, lucido e inesausto, a perseguire.

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Marco Minniti

 
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