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IT FOLLOWS

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
4/ 5


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Pro


Regia avvolgente e suggestiva, ottima colonna sonora, concezione della paura intelligente e capace di lavorare a lungo, e nel profondo, ben oltre la visione.

Contro


Nella seconda parte del film, e in particolar modo nella frazione finale, si nota qualche forzatura che rende difficile la sospensione dell’incredulità.


In breve

Jay, giovane studentessa universitaria, ha appena iniziato a frequentarsi con Hugh, un suo enigmatico ma affascinante coetaneo. In uno dei loro primi appuntamenti, poco dopo aver avuto un rapporto sessuale con lei, Hugh aggredisce all’improvviso la ragazza, addormentandola col cloroformio e legandola ad una sedia. Quando Jay si risveglia, Hugh le spiega di averle trasmesso una maledizione, che le provocherà la persecuzione da parte di una letale entità, che potrà essere vista solo da lei. Secondo Hugh, l’unico modo, per Jay, di liberarsi dalla maledizione, sarebbe quello di passarla a qualcun altro facendo sesso con lui. Poco dopo, Jay scorge una donna completamente nuda, che si avvicina minacciosa verso di lei. Hugh, a quel punto, libera la ragazza e la riporta a casa in macchina, sconvolta e sotto shock. Nei giorni successivi, dopo aver appurato che Hugh le si era presentato sotto falsa identità, Jay inizia a scorgere, a più riprese, una serie di figure silenziose che sembrano minacciarla, e che in effetti paiono visibili solo a lei. Terrorizzata, e sempre più persuasa che Hugh le aveva detto il vero, la ragazza si mette in cerca del giovane, cercando di trovare un modo per liberarsi della maledizione, e spezzare la letale catena.

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Posted 7 luglio 2016 by

 
Recensione completa
 
 

Presentato a Cannes nel 2014, e in seguito proiettato nell’edizione dello stesso anno del Torino Film Festival, accompagnato da un largo tam tam e dai lusinghieri giudizi della critica d’oltreoceano, questo It Follows è già quello che si dice un oggetto di culto. Una fama ampiamente meritata, per l’horror di David Robert Mitchell, che giunge nelle nostre sale con quasi due anni di ritardo: attesa tanto lunga quanto pienamente ripagata, per quello che è senza ombra di dubbio uno dei film di genere più originali e inquietanti degli ultimi anni.

Un’opera, quella di Mitchell, che fa tabula rasa di tutti i luoghi comuni che hanno infestato (è il caso di dirlo) il genere nelle sue espressioni più recenti, riportandolo ad una concezione dell’orrore essenziale e priva di orpelli, legata a doppio filo alle primigenie paure umane. Una lettura che non ha paura di bagnarsi nelle tematiche adolescenziali, immergendosi direttamente nelle angosce legate alla crescita, ma restando al contempo lontana anni luce dall’estetica e dai toni del moderno teen horror: capace, al contrario, di esprimere un’idea della paura tanto adulta quanto complessa e stratificata, in grado di lavorare su più livelli.

Facendo propria e rielaborando la lezione dei classici degli anni ‘70 e ‘80, Mitchell lega il male all’idea di crescita e all’angoscia della trasformazione, facendone un’entità pervasiva e onnipresente, praticamente impossibile da estirpare; radicata nel tessuto sociale e in un mondo adulto tanto illeggibile quanto spietato. Un moderno babau senza volto nella sua essenza più pura, ma in grado di manifestarsi ingannevolmente in forme note e familiari alle proprie vittime. Capace di frustrare i sogni adolescenziali di fuga (espressi dalla protagonista poco dopo il suo primo rapporto sessuale), e condannando al contrario le sue vittime a un vagare privo di meta, a un movimento circolare che può differire gli effetti dell’orrore, senza mai annullarli.

Trailer:

PRO

Horror carpenteriano nelle tematiche e nell’estetica (il quartiere popolare di Detroit in cui il film è ambientato rimanda visivamente, in modo chiarissimo, alla Haddonfield del primo Halloween), capace di giocare con l’idealizzazione del Sogno Americano (legato per definizione alla fuga) ma rovesciandone le premesse, It Follows è la dimostrazione che è ancora possibile dire cose intelligenti, e stratificate, restando al contempo fedeli ai meccanismi del genere. L’orrore, nel film di Mitchell, è onnipresente e può colpire (letteralmente) da qualsiasi direzione, in quanto rappresenta un virus inoculato direttamente nel corpo del tessuto sociale, contratto nel momento in cui, con l’atto sessuale, si raggiunge simbolicamente l’età adulta. La regia, fatta di morbidi movimenti di steadycam e ampie carrellate circolari, è perfetta per esprimere una minaccia pervasiva, annidata ovunque e in nessun luogo, che vede il vuoto e l’assenza (incubatori di possibili minacce) spaventare quasi più dell’orrore esplicito. Intelligentemente a-temporale nel coté visivo (solo l’occasionale presenza dell’ebook letto dalla sorella della protagonista fa capire che ci troviamo al giorno d’oggi), espressione simbolica di un America che vede le dinamiche di inclusione ed esclusione sociale replicarsi di generazione in generazione, It Follows si avvale inoltre di una suggestiva colonna sonora, e di un controllo invidiabile (specie per un regista giunto solo al suo secondo lungometraggio) di tutti gli elementi della messa in scena: ad esprimere una concezione della paura capace di lavorare a lungo, e nel profondo, ben oltre la visione.

CONTRO

L’unico, vero difetto che possiamo trovare al film di Mitchell risiede in qualche passaggio in cui (pur tenendo presenti le convenzioni del genere) si fa più fatica del dovuto a sospendere l’incredulità: ci riferiamo, a questo proposito, soprattutto alla frazione finale, in cui si arriva alla conclusione della vicenda non senza qualche forzatura narrativa. Un limite certo perdonabile, comune a molti prodotti appartenenti al genere, che non inficia la forza espressiva, e lo spessore, di quello che è già uno dei più significativi horror di questa frazione del decennio.

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Marco Minniti

 
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