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IT

 
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4/ 5


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Pro


Efficace nella resa del cuore tematico del romanzo di King, nella sua parte dedicata all’infanzia dei protagonisti; equilibrato e ben congegnato anche dal punto di vista più strettamente horror.

Contro


Le pensanti modifiche operate sulla storia, anche in funzione del formato, finiranno per scontentare molti lettori del romanzo; lo slittamento della vicenda di un trentennio denuncia inoltre scarso coraggio.


In breve

Siamo nel 1989: a Derry, cittadina del Maine, iniziano a verificarsi una serie di sparizioni di bambini. Uno di questi, il piccolo Georgie Denbrough, era il fratello di Bill, undicenne che frequenta la scuola locale, e che non riesce a rassegnarsi alla perdita del fratellino. Bill è tormentato dai bulli della scuola a causa del suo problema di balbuzie, ma ha un forte legame con i suoi sei amici, tutti con caratteristiche che li rendono degli outsider, dei “Perdenti”: Richie Tozier è occhialuto, strambo e imbranato, Stan Uris è bloccato dalla sua rigida educazione ebraica, Eddie Kaspbrak ha una madre apprensiva e possessiva, Ben Hanscom è grasso, Mike Hanlon è nero e povero, Beverly Marsh ha un padre viscido e violento. Proprio dal loro stretto legame, e dal loro essere Perdenti, i sette amici troveranno la forza per affrontare la creatura responsabile delle recenti sparizioni, che solo loro riescono a vedere: un mostro che appare con la forma di un clown, e che sembra ricomparire a Derry, chiedendo il suo tributo di sangue, ogni 27 anni.

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Posted 25 ottobre 2017 by

 
Recensione completa
 
 

Progetto dalla lunga genesi, passato di mano in mano (inizialmente lo sceneggiatore Cary Fukunaga, ideatore della serie tv True Detective, doveva esserne regista), atteso quanto temuto da una larga schiera di fans, It è la seconda trasposizione di quello che è indubbiamente il più noto (e amato) romanzo di Stephen King. Un progetto che nel corso degli anni è stato oggetto di un alone di timore quasi reverenziale, sia per chi ha avuto nella lettura del libro (uno dei più iconici coming of age della letteratura americana, sotto la forma di romanzo horror) una parte importante della propria formazione ed “educazione” alla narrativa, sia per quegli spettatori (un po’ più giovani) che ne ricordano con affetto la prima trasposizione filmata: parliamo della miniserie tv del 1990 diretta da Tommy Lee Wallace, che vedeva Tim Curry nel ruolo del mostruoso clown. Un prodotto, quest’ultimo, che era penalizzato dalla fiacca regia e dall’impostazione televisiva, incapace di condensare la fitta scrittura di King in circa 3 ore complessive.
Quello che il regista Andrés Muschietti ha deciso di assumere su di sé, quindi, è tutt’altro che un compito semplice: rendere il più possibile fedelmente la complessa tessitura narrativa architettata da King, migliorare (nettamente) la resa del film televisivo di Wallace, riuscendo nel contempo a non tradirne la memoria presso quella fascia di spettatori che (malgrado tutto) vi sono affezionati. Quando si tocca una storia come quella di It, insomma, si tocca quello che è un “oggetto sacro” per diverse ragioni, e per diverse tipologie di pubblico.

La prima scelta che salta agli occhi, in questo nuovo adattamento filmato (di nuovo diviso in due parti – la seconda arriverà in sala nel 2019) è la scelta di spostare in avanti di circa un trentennio l’ambientazione della storia, ponendo l’originale vicenda dei Perdenti nel 1989, in luogo del 1958 del romanzo. La musica di Elvis Presley e Chuck Berry viene così sostituita da quella dei New Kids on The Block e dei Cure, il cinema locale proietta Nightmare 5 – Il mito, e non più I was a Teenage Werewolf, le biciclette sono diventate BMX, e i bulli hanno giubbotti di pelle e capelli biondo platino. La scelta della sceneggiatura è palesemente quella di sfruttare l’effetto-nostalgia per il decennio degli eighties, ormai imperante su grande e piccolo schermo: mettendone in scena tutti i feticci e ammiccando ai lettori del romanzo ma anche a chi, più in generale, visse la propria infanzia nel periodo ivi rappresentato. Una formula che è stata ampiamente sperimentata nella recente, fortunatissima serie tv Stranger Things (a sua volta fortemente influenzata dal romanzo di King) con cui il film condivide anche uno degli attori (Finn Wolfhard, che qui dà il volto a Richie Tozier).

Ponendosi quindi come primo episodio di un’unità concepita come dittico (il sequel vedrà Muschietti di nuovo alla regia), questo nuovo It sceglie ancora di linearizzare la vicenda, come già fece la miniserie di Wallace del 1990: laddove il romanzo di King intrecciava le storyline del 1958 e 1985, seguendo parallelamente le vicende dei Perdenti da bambini e da adulti, l’adattamento concepito da Fukunaga e Muschietti adotta una struttura più classicamente cinematografica, permettendosi così la divisione in due distinti film. Ciò ha comportato importanti cambiamenti narrativi rispetto agli eventi narrati nel libro, pensati principalmente in funzione della gestione della suspence: il più macroscopico, in questo senso, consiste nella totale riscrittura del finale, in cui non viene più fatto cenno alla reale forma del mostro (la cui rivelazione viene verosimilmente rimandata al sequel). In modo analogo, i cenni sulle origini di It, svelati nel romanzo già nella prima parte (e facenti parte di una più generale “mitologia” che King avrebbe ampliato nei romanzi successivi) vengono completamente espunti da questo adattamento, rafforzando così (pur nel suo carattere, narrativamente, conchiuso in sé) il sentore di prima frazione di un insieme che troverà, con il sequel, una sua più precisa compiutezza.

Trailer:

PRO

Partiamo da una precisazione, ovvia ma doverosa: rendere sullo schermo, in modo assolutamente fedele, la complessità e stratificazione (tematica, narrativa, emotiva) di un romanzo come It, è sicuramente un compito impossibile. Per la sua stessa concezione, per la sua strutturazione non lineare, per la grande varietà di tematiche affrontate, e per le peculiarità di una scrittura che (nelle opere successive dell’autore) non avrebbe più raggiunto lo stesso livello di densità e vividezza, qualsiasi adattamento del romanzo di King è destinato ad un certo grado di “fallimento”.
Fatta questa doverosa premessa, va detto che il film di Muschietti (al suo attivo il poco entusiasmante La madre) riesce in modo soddisfacente a rendere il cuore tematico e le diverse sfumature emotive che il romanzo, nella sua parte più strettamente dedicata all’infanzia, aveva espresso. Complici anche le ottime prove di tutti e sette i protagonisti, il legame che unisce i Perdenti torna sullo schermo vivido e limpido, così come viene resa nel modo migliore (con uno strumento che, ovviamente, non può far conto sulle potenzialità della scrittura) quella dimensione di unione, di comunione quasi mistica, che permette al gruppo di affrontare la creatura, e persino di spaventarla. I rituali dell’infanzia, le sue paure e i suoi misteri, la capacità mai più raggiunta di vedere oltre il velo delle cose (temi ricorrenti di tutta la narrativa kinghiana) vengono riportati sullo schermo in modo complessivamente soddisfacente, complice anche una scrittura attenta ed equilibrata. Oltre a ciò, It può fregiarsi anche di un buon ritmo e di una buona fattura dal punto di vista più prettamente horror (convincente si rivela anche il Pennywise col volto coperto da make up di Bill Skarsgård); non concedendo più di tanto alla frenesia della concezione moderna del genere, e non perdendo mai di vista i suoi personaggi (ivi compresi quelli negativi). Un risultato che, al netto delle limitazioni imposte dal formato (e di certe astuzie legate al trend che vuole, a tutti i costi, un revival acritico degli eighties) può dirsi in gran parte soddisfacente.

CONTRO

Resta comunque, a chi è legato affettivamente al ricordo del romanzo, il rimpianto per il poco coraggio nel non voler mantenere l’ambientazione originale: in una scelta certo commercialmente sensata (per i motivi sopra ricordati, legati all’effetto nostalgia portato alla luce dal già citato Stranger Things), ma inevitabilmente atta ad essere vista come un “tradimento” da molti lettori. Chiedere il mantenimento della struttura non cronologica, e dell’alternanza passato/presente che caratterizzava il libro, era probabilmente troppo: nondimeno, ci sarebbe piaciuto vedere come una simile struttura avrebbe potuto rendere tramite il mezzo cinematografico, a costo di introdurre una divisione in due parti più artificiosa e meno “naturale”. I lettori di King soffriranno anche per le pesanti modifiche all’intreccio originale, e per un finale che, preso in sé, risulta leggermente sottotono: pur volendo rimandare al sequel (su cui a questo punto si concentrano un numero ancora maggiore di aspettative) tutti gli approfondimenti sulla natura del mostro, era possibile, probabilmente, concepire una conclusione più efficace e meno affrettata. Così come (tornando al tema del coraggio) era probabilmente possibile restare fedeli ai personaggi tout court, senza eliminarne gli aspetti oggi più politically incorrect: nel 1986, nel suo Stand By Me – Ricordo di un’estate, Rob Reiner non ebbe problemi a mettere in bocca delle sigarette ai suoi protagonisti dodicenni, restando fedele a ciò che era stato narrato da King. Qui, pur nello slittamento della storia di un trentennio, la circostanza (in un anno come il 1989, in cui ancora le campagne antifumo erano in fase embrionale) non era certo improponibile. Ma si tratta, in questo caso, di un peccato veniale, che certo non inficia la resa complessiva della storia.

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Marco Minniti

 
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