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IO PRIMA DI TE

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
2.5/ 5


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Pro


Interpreti principali bravi e affiatati, location accattivanti, tentativo di mantenere equilibrio su un tema problematico come quello del fine vita.

Contro


Superficialità di approccio, registro smaccatamente e grossolanamente melò, commento musicale invadente.


In breve

Dopo essere stata licenziata dal cafè in cui lavorava, Louisa Clark viene presa a lavorare presso la famiglia di Will Traynor, un ricco e giovane ex banchiere reso tetraplegico da un incidente con la moto. Will reagisce inizialmente con fastidio alla presenza di Louisa, ostentando indifferenza e cinismo; in seguito, tuttavia, Lou riesce a far breccia nella dura scorza del giovane, sviluppando con lui una tenera amicizia. Ascoltando casualmente una conversazione dei genitori di Will, Lou apprende che il ragazzo ha deciso di recarsi in Svizzera entro sei mesi, per compiere un suicidio assistito. Ormai indissolubilmente legata a Will, la ragazza decide di far uscire il giovane dalla sua residenza, facendogli vivere ogni sorta di avventura e tentando così di dimostrargli che la vita vale la pena di essere vissuta.

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Posted 2 settembre 2016 by

 
Recensione completa
 
 

I temi dell’handicap, e delle problematiche legate al fine vita, sono da sempre terreno fertile per il cinema, catalizzatori di un’attenzione che negli ultimi decenni si è intensificata. Se, nel campo dei primi, si va dagli approcci più lievi e improntati alla commedia di classici quali Il mio piede sinistro, alle divagazioni visionarie del sottovalutato L’ottavo giorno di Jaco Van Dormael, i secondi hanno ricevuto un’attenzione crescente in particolare dall’arthouse degli ultimi anni, con le problematiche trattazioni dell’israeliano The Farewell Party e del danese, ancora inedito Silent Heart. A unire i due temi, ma con un’impronta decisamente orientata al mainstream, troviamo questo Io prima di te, esordio dietro la macchina da presa della regista teatrale Thea Sharrock, ispirato all’omonimo romanzo della scrittrice Jojo Moyes.

Scritto proprio dalla Moyes, il film cerca di riflettere sulle ricadute dell’handicap sulla vita familiare, affettiva e lavorativa del disabile e delle persone che lo assistono, lasciando fuori campo gli aspetti più materiali legati all’assistenza e concentrandosi sulla sfera affettiva ed emotiva: in particolare, la scelta di un interprete come Sam Claffin permette di evidenziare la netta cesura tra l’esistenza precedente alla disabilità (con un’enfasi particolare sulla fisicità del soggetto, plasticamente resa dai filmati visionati dalla protagonista) e la prigione corporea in cui questi si trova costretto a vivere successivamente. La scelta di adottare un tono lieve, inizialmente improntato a uno humour tra l’empatico e il falsamente cinico, favorisce la recitazione sopra le righe di Emilia Clarke, e accompagna la graduale evoluzione della vicenda in una love story dai caratteri più che mai classici.

Trailer:

PRO

I due interpreti principali mostrano un affiatamento che certo favorisce l’empatia, in un prodotto che cerca di trattare con levità e umorismo un tema dai contorni problematici. La bellezza delle location, da quelle del castello di Pembroke, nel Galles, alle paradisiache spiagge dell’isola di Mauritius, rende il film visivamente accattivante, senza per questo distogliere lo spettatore dal suo fulcro tematico. Va poi sottolineato, almeno nelle intenzioni, il tentativo di trattare con equilibrio il delicato tema del fine vita, sul quale la sceneggiatura evita di declamare o di offrire punti di vista preconfezionati.

CONTRO

Per affrontare temi di questa portata serviva una mano meno pesante, e una diversa capacità di scavare nel dolore della rinuncia e della privazione. Il problema di questo Io prima di te non sta tanto nell’aver affrontato il tema dell’handicap con un tono da commedia, quanto piuttosto nel registro grossolanamente melò, nell’enfasi di un commento musicale smaccato ed invadente, nella programmatica scelta di due protagonisti che si incasellano perfettamente (ma in modo quantomai artefatto) nei ruoli a loro assegnati. Il messaggio (il ricco borghese, ridotto al cinismo dalla sua disabilità, che riscopre la vita attraverso il contatto con una giovane squattrinata ed entusiasta) è del tutto risaputo, e portato avanti nel modo più scontato e privo di sfumature. La regista sceglie di essere lieve nel tono, ma risulta paradossalmente pesante e didascalica nell’approccio; con la trattazione tutta epidermica e superficiale di un tema (l’amore per un disabile, e la rinuncia all’aspetto più fisico di tale sentimento) che apre discussioni e suggestioni che la sceneggiatura neanche sfiora. Goffo nell’approccio ai suoi temi, caratterizzato da un’ingenuità che, malgrado tutto, verrà probabilmente apprezzata da alcuni spettatori, il film della Sharrock resta volutamente in superficie, puntando al coinvolgimento più risaputo e subordinando la pregnanza dei temi a una sceneggiatura meccanica, caratterizzata da passaggi rigidi quanto poco credibili.

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Marco Minniti

 
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